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di Francesco Berni*

Era il 24 maggio dello scorso anno. Camminavo per le vie di Assisi quando all’improvviso, una pioggia incessante si è abbattuta sulla città. Dodici interminabili minuti. Una bomba d’acqua mette a soqquadro il nostro territorio. L’acqua scorre veloce sulle superfici impermeabilizzate gonfiando presto il torrente Tescio che esonda allagando intere parti del territorio tra Assisi e Bastia. Un fenomeno che non conoscevamo ma ormai parte del nostro ‘tempo’ e del nostro lessico. 

Rimango colpito dalla violenza dell’acqua ma forse non dovremmo stupirci dopo anni di impermeabilizzazioni del suolo e una carente gestione delle nostre montagne abbandonate  a sé stesse. Perché è vero, gli eventi meteorologici sono eccezionali ma ormai stanno diventando la quotidianità e non possiamo più parlare di ‘emergenza’.  Perché dobbiamo cambiare paradigma?  Provando ad andare oltre la drammaticità dei singoli eventi è evidente che il modo in cui abbiamo gestito il territorio fino a oggi non è più sostenibile. Per anni abbiamo costruito infrastrutture come dighe, sbarramenti, argini e strutture in cemento armato per sottrarre spazio ai fiumi e poter ampliare le nostre attività umane.

L’idea di fondo è far defluire via l’acqua concentrando il suo deflusso in percorsi forzati attraverso delle protesi artificiali che purtroppo non tengo più. Quello che è cambiato non è la quantità ma la concentrazione irregolare delle piogge alternate a grandi periodi di siccità. Con la progressiva cementificazione, l’acqua corre lungo superfici impermeabili come l’asfalto o il cemento che, a differenza del terreno naturale, non hanno capacità di assorbire e trattenere con un lento rilascio. Il risultato è che in poco tempo la pioggia scivola via gonfiando in breve i fiumi che esondano. Ma quando si analizzano i fiumi è importante ragionare in termini di bacino idrografico perché è lì che nasce il problema. 

Si pensi alla carenza di manutenzione di argini, fossi e canalette come anche ai boschi nelle nostre montagne. Quello che vediamo quindi non è solo un eccezionale evento. Uno dei principali responsabili è il consumo di suolo e la pianificazione urbanistica. Ecco perché è importante rivedere i piani regolatori delle nostre città umbre. Basti pensare che in Umbria abbiamo una legge regionale urbanistica fatta di buoni principi che auspica la riduzione del consumo di suolo ma nei fatti rimane una bella favola su carta. C’è un tema culturale ma anche economico.  Riformare la normativa è un passo decisivo per contribuire alla lotta al cambiamento climatico a cui associare una serie di misure specifiche. 

La prima è incentivare strumenti di difesa attiva del suolo attraverso progetti fondati su interventi di ‘natural based solution’ per ridare spazio alle acque ripensando i nostri territori come delle ‘spugne’ capaci di trattenere oltre che far defluire. Progetti di territorio da promuovere all’interno del piano paesaggistico regionale capaci di lavorare su due scale di intervento. Da un lato, incidere nelle grandi urbanizzazioni regionali come nel ternano e nel perugino tagliando le espansioni edilizie, riconnettendo parchi e spazi verdi con cinture verdi, realizzando corridoi ecologici e azioni di riforestazione urbana. Spazi fruibili per le persone e permeabili per le acque e la biodiversità. Dall’altro lato, aiutare i piccoli comuni incentivando dei piani del verde fondati su interventi minuti di ‘agopuntura’ con azioni di de-pavimentazione e cura nella gestione delle risorse naturali. Per questo è importante dare una svolta alla politica regionale. Non è una questione di risorse ma di visione e di idee.

*PhD in Urbanistica. Esperto in rigenerazione urbana e innovazione sociale. Ha svolto attività di consulenza per enti privati e pubblici tra cui i Comuni di Milano, Bologna e Reggio Emilia. Svolge attività di ricerca e docenza presso l’Università di Firenze e altri istituzioni. Ha coordinato il City Science Office di Reggio Emilia, unità di ricerca applicata alle politiche urbane con l’Università Luiss e Unimore. È referente scientifico del Parco della Piana di Assisi.

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