di Maurizio Troccoli

Verrebbe da dire che a spiezzare non è tanto la sindaca, quanto la gente. Chi guarda alla vita da un punto di vista utilitaristico – in politica ce n’è fin troppi – le avrà suggerito di non farlo. Una guida, deve esprimere sicurezza. Deve essere sempre un porto sicuro. Non deve tentennare. Ma lei si è lasciata crollare: così a Natale, negli auguri rivolti alla città, ha stabilito di non nasconderselo. E di non nasconderlo. Alla gente ha detto: «Anche io ho paura» e ancorché abile a farsi scivolare addosso, le cattiverie, l’odio, la cinica competizione che circonda ogni politico, questa volta, ha deciso di assorbirla come una spugna. E lasciare che l’assorbissero anche gli altri. Esponendosi al rischio dell’insulto e della critica. Il risultato? Ha incontrato una comunità più intelligente, più sensibile di quella che spesso si rappresenta nella ressa dei social network. Provando a leggere i messaggi che i perugini, oltre 500, hanno riservato alla sindaca, emerge una comunità che non si illude di avere super eroi come rappresentanti e guide, ma accetta di avere persone impegnate, ma comuni. Con le stesse fragilità di tutti. E questo dovrebbe far riflettere chi pensa di indossare, ogni giorno, l’elmetto.

Ricostruiamo: un testo lungo il suo, nel quale la sindaca ha scelto di raccontare apertamente la malattia che l’ha costretta a fermarsi e l’impatto che questa esperienza ha avuto sul suo corpo, sul suo ruolo e sul modo di guardare a se stessa.

«Questo è un Natale diverso per me perché mi sono ammalata e ho dovuto fermarmi», ha scritto Ferdinandi aprendo il suo messaggio. Da psicologa, ha spiegato di essersi trovata davanti a qualcosa che conosceva teoricamente ma che, vissuto nella quotidianità, ha un peso diverso: «la fragilità». Un passaggio che diventa critica esplicita a una società «così frenetica» che spinge ad avere vite sempre «funzionanti», a mostrarsi infallibili e a non concedersi mai il diritto di crollare o rallentare. «In questi giorni ho sperimentato sulla mia pelle quanto poco proteggiamo noi stessi», ha scritto, soffermandosi sulla difficoltà di riconoscere le proprie parti fragili e di accettare il bisogno di fermarsi.

Nel testo la sindaca entra anche nel merito del suo ruolo istituzionale, raccontando senza filtri il carico emotivo che lo accompagna. «Ho guardato la mia vita spremuta e ho visto quanto ho faticato ad accettare che in questo periodo, oltre alla bellezza del ruolo, c’è stata anche una grande fatica», ha scritto, citando la solitudine, «le enormi responsabilità quotidiane», la paura di sbagliare e di non essere all’altezza. Un passaggio particolarmente forte riguarda l’odio ricevuto: «Ho sentito sulla mia pelle persino l’odio riversato su di me, che in tutto questo tempo ho provato a lasciar scivolare via ma che si è inscritto nel corpo e nel cuore».

Da qui l’augurio natalizio, che diventa un invito collettivo: «ritrovare tenerezza verso se stessi e verso gli altri». Una tenerezza che Ferdinandi definisce non come debolezza, ma come «cura gentile delle nostre fragilità», come «parole sottili, delicate e umane che ci salvano e aprono l’animo all’altro». C’è anche un’autocritica, affidata a un sorriso amaro: «Mi fa sorridere che proprio io, che parlo tanto della necessità di occuparsi dei più fragili per costruire comunità solide, abbia dovuto faticare così tanto a riconoscerle in me». Il messaggio si chiude con una serie di auguri scanditi uno dopo l’altro, fino all’ultimo: «Che si vada avanti insieme per Perugia senza perdere la tenerezza».

La risposta dei perugini è stata larga. Decine e decine di commenti hanno popolato il post, componendo un coro nel quale si intrecciano auguri di guarigione, riflessioni personali, citazioni e parole di incoraggiamento. «Solo chi ha a cuore quello che è chiamato a fare sente forte la responsabilità e la paura di non essere all’altezza», scrive un cittadino, aggiungendo «guarisci, riposa grande sindaca». Un altro ringrazia per «le parole semplici, umane, fragili ma proprio per questo di una grande forza», sottolineando come, in mezzo a «tanto urlare, sbraitare e aggredire», quel messaggio rappresenti una discontinuità.

Molti commenti raccontano esperienze personali che si specchiano in quelle della sindaca. «Anch’io mi sono ammalata per cercare di essere sempre all’altezza nel lavoro, per mandare avanti una casa e tre figli da sola», scrive una donna, che aggiunge: «Cara sindaca, la capisco bene e le sono vicina». C’è chi richiama il corpo come luogo di verità: «Il corpo sa di noi cose che la mente ignora. Chiede pause, impone riposo», osserva un’altra cittadina, invitando a farne tesoro. Altri si soffermano sul valore politico della fragilità riconosciuta: «La tua fragilità ti rende ancora più vicina a tutti», si legge in uno dei messaggi più condivisi.

Non mancano riferimenti espliciti al clima di conflitto che accompagna il ruolo di sindaco. «Le critiche sono infinite e i complimenti zero, fa parte dell’animo umano», scrive un ex dipendente comunale, ricordando che «il sindaco è di tutti, indipendentemente dal colore politico». E ancora: «Ridimensiona l’odio, non si può piacere a tutti, contentati di noi», scrive una cittadina, rivendicando una scelta convinta e non episodica.

Accanto agli auguri di buon Natale e pronta guarigione, emerge con forza un sentimento di affidamento. «Hai una città che ti vuole bene», scrive qualcuno. «Perugia ha bisogno di te, ma ora abbi cura di te», aggiunge un altro. In molti ringraziano la sindaca «per aver condiviso anche la parte più umana del tuo cammino» e per aver ricordato che «non dobbiamo essere sempre forti per essere degni di amore e di cura».

Il post, nato come augurio personale, si è così trasformato in un racconto collettivo sulla fragilità, sul limite e sulla cura, capace di intercettare un bisogno diffuso di parole diverse nello spazio pubblico. Un Natale diverso, ha scritto la sindaca, che per Perugia si è tradotto in una rara sospensione del rumore, dentro la quale la città, in qualche modo si è ritrovata. Per la sindaca sarà pure un Natale diverso. Chissà se non più autentico.

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