di Maurizio Troccoli
E’ la Perugia che abbiamo imparato a scoprire e a conoscere nei suoi imprevedibili risvolti, quella che si conferma in questi giorni di trepidazione, dolore e ansia di riscatto.
Quella che il giorno prima si assiepa davanti alle transenne di una chiesa blindata per la curiosità di vedere e commentare l’abito da sposa, in occasione di quello che da molti è considerato come il matrimonio dell’anno che ha visto Laura Chiatti e Marco Bocci, entrambi legati a questa città, giurarsi amore eterno. Mentre il giorno dopo si accalca attorno al nastro bianco e rosso dei carabinieri, per scorgere e provare a comprendere cosa sia successo in quell’atroce, ennesimo delitto, che fa scorrere sangue e dolore sulla città.
Perugia che prova a sollevarsi, a distrarsi, ad accendere i riflettori dei media su un giorno di festa, sulle curiosità dei vip, sulla gioia di due giovani attori belli e amati dal pubblico, apparendo come quell’antico borgo dove tutti fermavano il proprio tempo e le proprie faccende domestiche per correre in piazza ad osservare la sposa, di cui si sarebbe parlato per l’intera settimana a seguire. Ma è bastato un solo giorno perché sul sano chiacchiericcio cittadino e sulle cronache locali e nazionali, ripiombasse l’ombra di un delitto, dei peggiori, che vede coinvolto un bambino di appena due anni e la sua mamma, oltre che il padre e un’altra giovane donna.
E viene da interrogarsi, senza scivolare nel moralismo o nella retorica, sul dramma di giovani vite ferite inesorabilmente e sulla reazione di una città, probabilmente stanca, assuefatta dal turbinio continuo di una attenzione pubblica attiva e giudicante che finisce per penetrare le convinzioni di ognuno, fino al punto di non trovare risposta al perché una piccola città come tante altre, ormai da tempo, sembra protagonista di un terribile film.
Rimbalzando tra i social media dove un certo sentire, spesso di pancia, ma pur sempre veritiero del sentimento della gente comune, ci si accorge che una volta esauriti i bersagli su cui scaricare «la colpa» di un fantasma come la violenza, si brancola nel buio senza riconoscere né l’entità di un divenire negativo né la sua ragione di fondo. E colpiti i giornalisti per l’attenzione che richiamano sui fenomeni, colpita la politica anche laddove i drammi parlano di tragedie familiari che hanno si una responsabilità sociale, ma non strettamente addebitabile a chi governa, in passato come oggi, ecco che ci si imbatte nel vuoto di chi prova a trovare strumenti per fare luce sull’insidia, senza trovarli.
Accade così che qualcuno, nell’ingenua semplicità di un post, chissà quanto involontariamente, accende una candela. Pur senza abbagliare lascia almeno individuare le sagome, i perimetri entro cui incamminarsi per prendere consapevolezza del tempo e del luogo a cui i propri destini, quelli di ognuno di noi, sono affidati. E ricorda a tutti che Perugia è semplicemente una città. Di quelle del 2014. Che contengono i carichi, a volte esplosivi, di cambiamenti repentini che non vanno ostacolati o contenuti, ma semplicemente governati.
Perugia al pari di tante altre città può decidere se lasciarsi travolgere dall’impeto dei mutamenti sociali, che nell’ultimo ventennio hanno rivoluzionato il mondo che c’è dentro e fuori le nostre case, (se solo si pensa quanto ognuno è direttamente collegato al mondo in ogni istante della propria giornata rispetto al passato), oppure comprenderli e intercettarli in chiave positiva. Perugia può scegliere se ritornare ad essere quella città che i tempi li ha anticipati con le aperture civili e civiche dimostrate in passato, con una insuperabile tradizione universitaria, culturale, musicale, sociale, tendente all’internazionalizzazione, o scegliere il borbottio e il mugugno provinciale, che pur sempre ci appartiene, e che spesso sembra prevaricare, cedendo il passo a chi, strumentalmente guarda da fuori, associando Perugia a Scampia, a Garlasco o a Cogne, in funzione dell’utilità di circostanza.
