di Maria Grazia Carbonari*

In questi giorni il tema degli scandali finanziari è tornato di triste attualità. Il (cosiddetto) salvataggio di Banca Etruria, Banca delle Marche, CariFerrara e CariChieti si è trasformato in un bagno di sangue per migliaia di piccoli risparmiatori, anche umbri, i quali hanno perso tutti i propri risparmi di una vita dalla sera alla mattina.

Questo disastro finanziario, che il governo sta cercando da giorni di minimizzare senza successo, non è un “cataclisma naturale”, ma la conseguenza prevedibile di anni di malagestione e mancati controlli.

Proprio oggi (17/12/15 ndr) in Consiglio regionale su tale tema si è tenuta una audizione con Marco Ambrogi, Direttore della Filiale di Perugia della Banca d’Italia, e con Pietro Buzzi, Presidente della Commissione regionale ABI Umbria.

In quest’ottica, siamo fortemente contrari alla volontà, pubblicizzata anche in sede nazionale, di agevolare le fusioni tra banche di credito cooperativo umbre, oggetto della mozione presentata in Consiglio regionale da alcuni membri della maggioranza.

E’ certa l’importanza del credito cooperativo nella realtà umbra come lo stesso Rapporto Euricse sull’Economia Cooperativa sembra confermare.
Infatti il “localismo virtuoso” creato dalle piccole banche di credito cooperativo, le quali “al contrario delle banche di grandi dimensioni (in primis i gruppi bancari che hanno razionato il credito) si sono mosse in controtendenza, subendo tuttavia un peggioramento più marcato della qualità dei crediti a cui hanno risposto continuando a sostenere le imprese a date, anche rivedendo le condizioni pattuite e/o allungando i tempi di pagamento”.

L’evidenza ha dimostrato i danni causati dalla concentrazione bancaria, con grandi gruppi di “banche universali” che raccolgono risparmi, li investono nei mercati finanziari, prestano questi soldi alle imprese ricevendo informazioni riservate e sfruttano questo vantaggio informativo per investire e speculare nei mercati finanziari.

A differenza delle grandi banche che utilizzano i soldi dei depositanti per fare speculazioni finanziarie, la piccola dimensione delle banche di credito cooperativo le obbliga a fare veramente ciò che un istituto di credito commerciale dovrebbe fare: utilizzare cioè i soldi dei depositanti per prestiti a privati e imprese nel territorio, non avendo i mezzi e la struttura di Risk Management per speculare nei mercati.

L’esperienza di questi giorni, con la Banca delle Marche (con oltre 300 filiali) e Banca dell’Etruria e del Lazio (con 183 filiali), purtroppo, dimostra che “più grande non significa più solido”, semmai il contrario. Quando la banca è più grande è più difficile gestire il rischio, mentre è più facile incorrere in mala gestio, magari con laute sponsorizzazioni, altissimi stipendi ai dirigenti oppure con prestiti ad “amici” e “amici dei politici”.

Ecco perché riteniamo che future fusioni tra banche di credito cooperativo rischierebbero di far venire meno proprio quelle caratteristiche che rendono queste banche un vero supporto all’economia locale fatta di piccolissime, piccole e medie imprese.

Struttura organizzativa e attivo di bilancio più ridotti possono sembrare un punto di debolezza, ma in realtà sono punti di forza, almeno in termini di esternalità positive che le banche creano nell’economia e nel territorio. I benefici, infatti, anche se non quantificabili in termini di “utile di esercizio”, si concretizzano in un supporto alle imprese umbre.

Una minore disponibilità di liquidità costringe poi la dirigenza ad una gestione più efficiente ed oculata, a ricorrere una struttura organizzativa più snella e ad una migliore selezione della qualità dei debitori, tornando finalmente a finanziare le idee imprenditoriali e le imprese. Le grandi banche invece sono più facilmente in grado di investire nei mercati finanziari internazionali o riescono più facilmente a finanziare operazioni anti-economiche (magari per fare favori a singole persone, danneggiando la banca stessa).

Alla ricorrente obiezione che una fusione può creare “sinergie”, “economie di scala” ed “economie di scopo”, rispondiamo facendo notare che le BCC possono comunque organizzare strumenti di condivisione di alcune strutture (ad esempio, il Credit Scoring), senza bisogno di fondersi.

Senza voler fare slogan vuoti, oggi serve veramente più credito e meno finanza e le banche devono tornare a fare le banche, non gli speculatori, soprattutto in Umbria.

*Portavoce M5S in Consiglio regionale dell’Umbria