di Gianluca Rossi*
In ogni occasione di confronto sulle politiche di sviluppo, si parte dalla considerazione della crisi che stiamo attraversando e sui caratteri inediti di cui è portatrice. Poi si parla degli spiragli di una ripresa possibile, e gli indicatori di questo scorcio del 2015 ci fanno cominciare a ben sperare, e di come agganciare la ripresa, come fosse un autobus su cui salire a prescindere da come abbiamo approcciato e stiamo approcciando agli scenari socio-economici della nostra regione o del nostro paese.
Intanto appare chiaro che non usciremo dalla crisi così come ne siamo entrati, quasi fosse una parentesi, e che essa ha prodotto trasformazioni irreversibili che chiedono una nuova visione paradigmatica, coraggio nelle scelte, investimenti importanti in risorse e capitale umano, una nuova stagione di politiche pubbliche che niente hanno a che vedere con il vecchio e rassicurante (per alcuni) statalismo. Per noi, in Umbria, si tratta anche di affrontare con serietà una riflessione sui problemi strutturali che, per onestà, vanno collocati temporalmente prima dell’inizio della crisi economica e che con essa si sono ulteriormente aggravati. Il deficit di competitività, di ricchezza, e di crescita trova le sue radici, infatti, in diversi fattori che riguardano: da una parte i caratteri del sistema delle imprese umbre, il loro dimensionamento, la loro propensione ad un mercato interno, la scarsa propensione alla ricerca, l’idea di un presunto modello umbro che poco si è misurato con reali sistemi di sviluppo locale, il grande peso del sistema pubblico che, pur avendo generato ricchezza, non ha facilitato uno sviluppo dinamico; non ultima tutta la vicenda del credito che merita un’attenzione particolare nell’ambito però di uno scenario nazionale ed europeo.
Dall’altra aspetti “esogeni” alle imprese o al settore pubblico (ma non alle scelte del pubblico), molto legati alle carenze infrastrutturali materiali ed immateriali di questa regione. Accanto a questo pesa una contraddizione che è diventata una frattura, tra gli alti livelli di scolarizzazione dei nostri giovani e in particolare delle donne e la scarsa capacità a sfruttare questa grande risorsa in termini di capitale umano nel nostro sistema produttivo. Perdonatemi se, sul tema apparentemente dell”hardware” insisto su questo ultimo aspetto. L’investimento in capitale umano è condizione fondamentale per rilanciare una competitività centrata su innovazione e ricerca. E le fragilità e crescenti diseguaglianze in termini di condizioni economiche e sociali, di capitale umano e di capacità di rispondere alla crisi economica richiedono specifiche e differenziate politiche regionali per il rilancio della competitività.
Oltre che, l’investimento in capitale umano, determina vantaggi non solo individuali, ma anche per importanti esternalità sociali e istituzionali: vantaggi collettivi, nelle nostre comunità in termini di sicurezza, maggiore salute, tutela dell’ambiente, stili di vita con effetti positivi sulla spesa pubblica e sulla sostenibilità della crescita. E, siccome sono certo che condividiamo la consapevolezza che non c’è progresso senza la contemporaneo crescita delle condizioni economiche – in termini di produzione, competitività, innovazione – e quelle sociali – in termini di diritti ed equità, libertà sostanziale, realizzazione delle aspettative della popolazione, allora, appare evidente come un ruolo fondamentale, in questa concezione di progresso, lo svolgono le istituzioni pubbliche. Per esse intendo le loro capacità di promuovere e implementare azioni concrete e moderne politiche, industriali e regionali, di sostegno dell’innovazione e degli investimenti delle imprese, dei sistemi economici territoriali – distretti industriali, cluster, città e aree urbane.
I programmi comunitari 2014-2020 rappresentano senza dubbio un’occasione rilevante per realizzare un cambio di passo nella politica di sviluppo delle regioni europee, ma da soli non bastano se non mettiamo in campo una visione dell’Umbria e del paese da qui a 10 anni (ormai 2020 è alle porte). Non è possibile, tuttavia, prescindere dagli elementi che caratterizzano quelle criticità strutturali dell’Umbria, di cui si diceva. In questo abbiamo ormai studi e contributi importanti che ci aiutano a leggere i processi. Cito, in modo non esaustivo, alcuni elementi funzionali a questa breve intervento: il livello del Pil umbro significativamente più basso di quello delle regioni del centro nord e al di sotto della media italiana; gli aspetti demografici, che conosciamo a cui si aggiunge, nell’ultimo decennio, l’aumento della popolazione “straniera” che in Umbria è all’11% a fronte del 7,5% naz, al quale, però, non ha corrisposto un’adeguata crescita del Pil, dei redditi e dei consumi; la caduta del valore aggiunto dell’industria manifatturiera significativamente più pesante sia delle altre regioni del centro-nord che del dato medio italiano (vedi ultima classifica del Sole 24h); l’alto tasso di precarizzazione del lavoro; i dati sulla scolarizzazione: scolarizzazione superiore 3° regione italiana (> della media naz), ma 12° nella comprensione della lettura (< della media naz) e 14° nelle competenze matematiche (< media naz). Questo ci fa riflettere sulle reali competenze acquisite…in questo quadro siamo al 15° posto per i diplomati da istituti tecnici o professionali sul totale dei diplomati (< della media naz).
Tasso di istruzione universitaria siamo al 3° posto (a pochissima distanza dalle prime due) > della media naz. Ma con le femmine che stanno al 1° e i maschi all’8°. Questi dati messi insieme alla bassa produttività del lavoro ci danno la cifra delle contraddizioni di un sistema produttivo avvitato intorno ad aspirazioni marcate a cui, nella migliore delle ipotesi, corrispondono grandi frustrazioni. E chiamano fortemente in causa i percorsi formativi e universitari, così come l’incrocio di domanda e offerta del sistema del lavoro (che non può essere solo un mercato), non può limitarsi a registrare quanto ci viene offerto dal sistema scolastico e universitario. Ad esempio: negli USA gli annunci di lavoro in cui sono richieste competenze di stampa 3D sono aumentati del 1834% in 4 anni e del 103% tra agosto 2013 e agosto 2014. Siamo in grado di rispondere a queste trasformazioni di orizzonte nei tempi adeguati sapendo cogliere le opportunità che alcune aree della regione ci offrono?
Il tema degli investimenti in ricerca, affidati prevalentemente al sistema pubblico (in Umbria 0,7% del Pil, più alto della media nazionale che è dello 0,6%, siamo la 4° regione migliore), e scarsamente praticati dal privato (in Umbria 0,2% del Pil, più basso della media nazionale che è lo 0,7%, qui invece siamo la 5° regione peggiore). Si tratta di dati che, messi insieme ci trascinano in posizione non esaltante. Ho sottolineato questi dati perché, nel fare una riflessione su tema di una nuova stagione di politiche industriali, che tutti sembrano reclamare, dobbiamo riuscire a declinare cosa queste significano in termini di politiche per lo sviluppo. Io sono tra quelli che ritengono che non vi è politica industriale se il paese non investe su di essa, ma questo non può essere l’alibi per non spingere su azioni e misure anche a livello regionale. Allora credo ci si debba porre 2 domande: 1) Possiamo parlare di un sistema produttivo omogeneo e unitario in Umbria? 2) Abbiamo la forza per spingere su misure di politica industriale in relazione alla nostra dimensione? Non vorrei che confondessimo le nostre risposte rivolgendo la nostra attenzione al tema del “contenitore” piuttosto che dei contenuti, che invece ritengo debbano essere messi al centro delle nostre riflessioni, evitando di farci ingessare in una discussione tutta schiacciata solo sui livelli istituzionali.
Insomma non è, almeno in questo contesto, tema di dimensioni del profilo istituzionale quanto di politiche e sinergie di macroarea che siamo in grado di attivare. Qui sta tutto il tema delle politiche territoriali per lo sviluppo e quanto esse incrociano i temi delle riforme dei sistemi locali e regionali. Dobbiamo, cioè, puntare sul ruolo baricentrico dei sistemi regionali (tema riforma costituzionale delle regioni)? O affidare alle città, come io credo, un ruolo baricentrico come motori del nuovo sviluppo? Ciò incrocia tutto il tema di quali politiche pubbliche europee, nazionali e regionali. E’ nelle città che si concentra la maggior parte della popolazione mondiale (oltre i 2/3 di quella europea). Le città svolgono un ruolo fondamentale come motore dell’economia, luoghi di connettività, creatività e innovazione e centri servizi per le zone circostanti, sono essenziali per il successo della strategia Europa 2020.
Le aree urbane rappresentano per le imprese il mercato più importante per i prodotti e servizi più innovativi; sono inoltre i nodi della rete dei trasporti su scala regionale, nazionale ed europea e richiedono, pertanto, una maggiore infrastrutturazione con piastre di interscambio tra le diverse reti di trasporto; ed è nelle città che si sviluppano i servizi alla persona e alle imprese più moderni e i settori più innovativi, che possono fare da traino alla riconversione dell’economia italiana ed europea verso settori a maggiore produttività. Così come le direttrici dello sviluppo debbono trovare in una nuova dimensione trasversale e a rete e non solo longitudinale, l’ossatura infrastrutturale del Paese, sapendo costruire le sinergie necessarie attraverso una governance multilivello. Per questo, tornando a una delle domande precedenti, non è possibile intravedere un modello di sviluppo regionale unitario per l’Umbria: sono diversi i sistemi territoriali e gli effetti sulle comunità, le dimensioni sociali. L’Umbria è piccola e disomogenea. Non si tratta di smontare e rimontare modelli istituzionali più convenienti per la stessa politica o per interessi particolari. Ma fare gli interessi delle comunità. Per questo è l’area urbana il cuore delle politiche di sviluppo.
Per questo allora è necessaria una strategia di “diversificazione intelligente”(qualcuno la chiama smart diversification) del sistema produttivo regionale (in realtà italiano) in cui individuare nuove specializzazioni produttive e le infrastrutture chiave mancanti. Questi interventi operativi devono essere capaci di avere un impatto significativo sull’economia e sulla qualità della vita dei cittadini. E’ necessaria sia una forte selettività degli interventi che una forte integrazione degli stessi nelle singole aree urbane e regionali del Paese. Non c’è quindi un’unica ricetta per l’Umbria. Politiche industriali allora significa un “Piano industriale per l’Umbria” fatto dall’esaltazione dei modelli territoriali e locali, che è altra cosa da frammentazione o da localismo. Il localismo, anzi, è esaltato da contenitori indistinti ove la competizione è tutta tra i territori interni nell’accaparramento di risorse pubbliche e non invece in termini di competitività di filiere o di settori rivolti all’esterno.
Scegliere quindi un modello ascendente e non discendente. Gli obiettivi e la strumentazione che dobbiamo mettere a disposizione non possono essere gli stessi per tutta l’Umbria ma devono rispondere a quella diversificazione, che non è diversificazione di prodotti, ma di sistemi territoriali. E soprattutto deve saper guardare alle potenzialità, a quello che ancora non c’è piuttosto che a quello che c’è. Quindi investire su un Piano industriale significa avere il coraggio di far leva su una strategia di diversificazione intelligente, che sappia riconoscere e promuovere la competitività di uno sviluppo manufatturiero e “neomanufatturiero”, in grado cioè di inglobare crescenti quantità di terziario intelligente (industria additiva? Chimica verde?) nell’interesse complessivo dell’Umbria.
A questo proposito vorrei fare un altro riferimento: il manufatturiero nella media italiana pesa circa il 18% (17% in Umbria) del valore totale della produzione, nell’area Terni-Narni questo peso è quasi triplicato (50,2%). Come sfruttiamo questa propensione? In quest’ottica abbiamo più volte sottolineato la necessità di una strumentazione di accompagnamento nazionale (proprio ieri Terni e Narni, insieme alla Regione hanno detto di voler avviare formalmente l’iter per chiedere al governo nazionale l’attivazione della richiesta di “area di crisi complessa”), ma che sia rivolta all’area urbana e non al tentativo di dare risposte alle singole crisi d’impresa per le quali il percorso deve essere diverso. Al pubblico spetta un ruolo di indirizzo che non può essere delegato ai singoli interessi in campo e che sia in grado di individuare in modo selettivo gli ambiti, superando la strada certamente più semplice, ma senza respiro nel medio e lungo termine del sostegno “a pioggia”, riconoscendo i limiti di esperienze anche del recente passato. In sostanza, da ultimo, questa chiave di lettura (territoriale), in forme diverse, deve riguardare anche altri ambiti di sviluppo e non si può essere timidi rispetto al ruolo che spetta al pubblico, sapendo che ogni soggetto in gioco deve poter e saper fare il proprio mestiere.
*senatore del Partito democratico
