Ettore Giuradei live al Pavone (Foto Manti)

di M.Alessia Manti

Succede che siete immersi nella musica e avete sul comodino Alta Fedeltà. Felici e contenti pensate di aver finalmente stabilito una vostra top ten primaverile. Poi arriva uno come Ettore Giuradei e andate in crisi. Lui è uno di quelli che manda in tilt tutte le possibili classifiche di godimento che ci si stila in testa. Scompiglia le carte in tavola. E tutto è da rifare.

Al teatro Pavone c’è gente che ha ormai riposto i vestiti pesanti nell’armadio e che ha voglia di muoversi. Si narra di questo riccioluto cantautore bresciano come di una scheggia impazzita sul palco. Un concentrato di energia coinvolgente, dirompente. C’è tempo per rifletterci ancora un po’, mezz’ora più o meno, il tempo dell’esibizione del cantautore di casa Roberto Contu. Il perugino – anche professore di lettere, e si sente – è accompagnato da ottimi musicisti provenienti dall’ambiente jazz. Nei suoi pezzi il posto principale lo occupa senza dubbio la parola. La scrittura ricalca lo stile di De Gregori. E’ chiaro l’intento di voler recuperare una certa tradizione cantautorale.

Trenta minuti di riflessione, dicevamo. Cambia la scena. Ed eccolo Giuradei, manda baci dal microfono, si stropiccia gli occhi, è in continuo movimento, incita. Con lui ci sono il fratello Marco alle tastiere, Alessandro Pedretti alla batteria, il basso di Giulio Corini e la chitarra di Danilo Di Prizio. Il suo spettacolo è difficile riuscire a raccontarlo a parole. Certo è che Giuradei è un istrione che sa regalare emozioni catartiche. Mette voglia di sorridere già solo per la faccia stralunata con ci si presenta sul palco.

Al traguardo del terzo disco, dopo aver collezionato vittorie, riconoscimenti importanti dal 2006 ad oggi, la definizione di “cantautore” gli calza proprio a pennello. Le sue narrazioni sanno di lucida follia, di malinconie e amori senza freni, scene di vita quotidiana che a volte restano sospese, con un bicchiere di vino in mano. Meno folk, più sfacciatamente poetico nei versi di alcuni brani in particolare (StregaEva) questa sua ultima fatica ha un titolo ottimista: nella Repubblica del sole dove ci saranno i suonatori ad occupare le poltrone ci crede Giuradei. Come nel video diretto da Giacomo Triglia che accompagna l’omonimo singolo in cui si omaggiano alcune delle figure culturalmente più rappresentative, da Pier Paolo Pasolini a Giorgio Gaber, da Federico Fellini a Rino Gaetano, auspicandone una possibile rinascita, è arrivato il momento di dissotterrare il meglio dell’italianità.

Nella setlist scorre tutto questo terzo disco. Ma nelle quasi due ore di concerto c’è spazio anche per i brani del precedente Era Così.
La chitarra di Di Prizio crea atmosfere blues mentre Giuradei esce e rientra in scena con movenze che a tratti ricordano un giovane Charlot. Si arriva piacevolmente esausti al primo stop, brevissimo. Si prosegue con ritmo pungente fino al secondo bis, quando con l’ultimo pezzo saluta e ringrazia, come fosse un amico di famiglia che ti porteresti a cena in un’osteria, tanto ispira buonumore, calici alzati e rime mai banali.
Incantevole anche per questo.

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