I Cani live all'Urban (Foto Manti)

di M.Alessia Manti

Un nome al plurale per una one man band forte della cinofilia che impazza da un po’ di tempo a questa parte nella musica indie nostrana – Iosonouncane, Vittorio Cane, Dei Cani, ultimo disco dei Non voglio che Clara e, scorrendo le singole canzoni, l’elenco diventerebbe più lungo.

Un fenomeno musicale partito dalla capitale ed esploso su YouTube nel giro di un’estate, alimentato da un alone di mistero e dalla costruzione di un progetto che ha tutti gli ingredienti per essere vincente, geniale, degno di un mago del marketing: intitolare il primo disco Il sorprendente album d’esordio dei Cani è una mossa intelligente anche solo perché anticipa con ironia gongolante quello che probabilmente avrebbero scritto – a torto o ragione – gli addetti ai lavori.

Sbiadito ormai del tutto l’alone del mistero, I Cani si palesano togliendo la maschera, anzi, la busta di cartone con cui goliardicamente si presentavano all’inizio: sono uno (si chiama Niccolò e ha venticinque anni, romano) ma sul palco sono cinque. Qualcuno sbarbato, qualcuno occhialuto e potrebbero benissimo essere appena tornati da un aperitivo in centro, come un qualsiasi ragazzo di oggi alle prese con la normale, regolare, apparente quotidianità. Ed è questa quotidianità giovanile che raccontano, provinciale o italiana che sia, tanto da indurre a scomodare come termine di paragone il baustelliano Sussidiario illustrato della giovinezza. In versione tentativo di inno generazionale. Però dopato.

E forse c’era anche qualche radical chic senza radical ad attenderli sotto il palco dell’Urban insieme ad una schiera di curiosi e gioventù più o meno liceale con gli occhi illuminati di apoteosi da tormentone. Ad ogni modo, c’era tanta gente. Ed è con proprio con il tormentone che attaccano -«I pariolini di diciott’anni comprano e vendono motorini/danno le botte di cocaina/fanno i filmini con le quartine perché anche se non fosse amore non per questo è da buttare (com’è logico che sia)» – per poi scorrere tutte le tracce del disco, da Le Velleità -«I critici musicali ora hanno il blog/Gli artisti in circolo al Circolo degli Artisti/I falsi nerd con gli occhiali da nerd/I radical chic senza radical/Nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno/Anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche si occupano di moda/Mentre aspiranti DJ aspirano coca aspiranti attrici sospirano languide con gli autori tv, gli stagisti alla Fox, i registi di clip/I falliti, i delusi, i depressi, i frustrati. Gli emo riciclati. I gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop. I Cani» – alla cinematografica Wes Anderson e Il Pranzo di Santo Stefano, cortometraggio sonoro in cui il groove della band che sul palco armeggia campionatori e tastiere, lascia spazio all’anima più cantautorale.

Il concerto mostra sempre più il suo lato da karaoke: il possibile pezzo-manifesto è Hypsteria, dove il citazionismo raggiunge livelli massimi e si fa verbo: MacBook Pro, American Apparel, David Foster Wallace, le Lomo, le Polaroid, Facebook e Daniel Johnston. Poi Post Punk, Perdona e dimentica, Le coppie. La scaletta è questa qui, breve ma sufficiente per consentire la riuscita di ripetuti stage diving. Coverizzano gli 883: con un deca non si può andar via… a pensarci bene ascoltando un pezzo come Door Selection ritornano in mente i primi due album di Pezzali e Repetto. Potrebbero anche essere i nuovi 883, diamo loro fiducia!

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One reply on “I Cani tolgono la maschera sul palco dell’Urban”

  1. In effetti sono proprio una merda come gli 883 e mi sa che hanno pure trovato i loro Cecchetto. Che brutta fine sta facendo la musica in questo paese.

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