Holydays festival, Da Hand in the Middle

di Angela Giorgi

Scegliere un fulcro per sollevare il mondo. Ma anche ruotarlo in senso inverso, rovesciarlo a testa in giù, farlo rimbalzare e scuoterlo in uno shaker. Compiuto il quarto anno, Holydays festival si muove stando fermo, per la prima volta: dopo le prime edizioni itineranti in varie location disseminate nella regione, il festival presidia per tre giorni il borgo di Collepino. Ogni giorno una destinazione sonora, ogni giorno un diario di viaggio dalle tinte inaspettate e dall’umore inedito: se venerdì 3 agosto è il mondo anglofono a farla da padrone, con netto predominio delle atmosfere made in USA, sabato 4 la cosiddetta periferia musicale si prende la sua rivincita, mentre la domenica è il perfetto epilogo trasognato tra l’iperspazio e l’universo della mente.

Venerdì 3 agosto “We’re the Dirty Fences and we’re from New York City”, ripete ostinatamente il batterista, probabile caso clinico, prima di dare l’attacco a ogni pezzo: un compendio di punk ‘n’ roll al testosterone, classico e senza tempo, è redatto dai Dirty Fences, headliner della serata di venerdì. Sfoggiando baffi da pornodivo anni ’80, il chitarrista offre sfacciato alle centinaia di presenti riff quadrati e festaioli, in un contrabbando musicale da retrobottega di un’armeria. Nel planisfero sonoro di Holydays festival, i Da Hand in The Middle riesumano ai confini col deserto una mappa stropicciata e variopinta, che trascina lungo le highways e a perdifiato fino al bayou puntando dritto ai lidi dei Caraibi, a bordo di un Greyhound dove Don Van Vliet prende posto accanto a Tom Waits, mentre John Fogerty sistema la bisaccia sotto il sedile. Incastrato tra le due energiche performance, l’arazzo intessuto dai Tiger! Shit! Tiger! Tiger! ha i colori di arpeggi lucenti come acciaio, trame di basso notturne e rettilinei percussivi in technicolor. Un’istantanea della East Coast dei Sonic Youth e uno schizzo della California dei Pavement: il trio di Foligno ha tutte le carte in regola per ribaltare il mappamondo e sovrapporre i meridiani, da Collepino a New York. Sul palco principale, collocato a distanza di sicurezza dal borgo, i primi ad avvistare l’America sono stati i Black Tail, preceduti nella piazzetta del paese dalle morbidezze acustiche di Dead Poets Society e Blanket Fort.

Sabato 4 agosto Hic sunt leones: ai margini estremi della carta geografica, i temerari di Holydays hanno scovato un caravanserraglio ferino di artisti riluttanti ai canoni prestabiliti e inguaribilmente inclini alle contaminazioni. Forse reduci da un matrimonio di cugini villici, forse evasi da una piantagione, forse in procinto di aprire il fuoco sul pubblico, i Meridian Brothers innescano il loro sortilegio di gingilli elettronici, percussioni giocattolo, richiami vocali affini a evocazioni di spiriti. Il ritmo ostinato della cumbia sembra fermare la corsa del tempo e cristallizzare in un presente ondeggiante la fitta platea, spaesata, spiazzata, traviata in un rituale collettivo immaginifico. Scarno e spigoloso, il kraut essenziale del duo ravennate dei Cacao aveva poco prima indicato la via: un percorso astrale in cui chitarra e basso inviano segnali ossessivi e irresistibili, assumendo una fisionomia ora minacciosamente percussiva, ora ai confini con una lounge dai toni metafisici. Dilatato, paranoide e compulsivo il concerto di Drive!, trio che ruota come un pianeta lentissimo e oscuro intorno a Giovanni Guidi: il distillato jazz è completamente diluito in una psichedelia che non teme di involarsi priva di coordinate, quando ad anelare allo smarrimento è, per primo, proprio il suo condottiero al timone del Fender Rhodes. Agli antipodi i live pomeridiani del palco in piazzetta: glaciale e alienante il progetto Carniceria, un gioco perverso per elettronica minimale e chitarra, poderoso e vibrante il gospel dell’ensemble nigeriano dei Divinely Favoured Voices.

Domenica 5 agosto Procede in assenza di gravità la line up di domenica, giornata perfetta per introspezioni interminabili e partenze siderali. La stratificazione di synth e sussurri in francese dei Grand Veymont, headliner della serata, cresce e precipita come una valanga, avvolgendo i presenti in un torpore indefinito. Incanta e convince quasi tutti il pop rarefatto del duo d’oltralpe, nonostante un’autoindulgenza su schemi compositivi reiterati, forse eccessiva, e uno scaltro rifugiarsi in atmosfere sonore accattivanti. Composito e intrigante il polittico che li ha preceduti: dal singolare connubio tra sapori ancestrali e drone minimale dell’argentino Pandelindio alla kosmische sospesa dei Rijgs, dal folk-blues apolide dello statunitense Diente de Madera all’allucinata suite per sax, elettronica e turbamento metropolitano di Laura Agnusdei. Alienazione domenicale elargita in dosi massicce anche sul palco della piazzetta da Iacopo Bianchi, allo spleen e chitarra, e dai quattro giradischi e batteria dei Palenque Pacal, psiconauti con tendenze tribali. Menzione d’onore a dj e affini che hanno tenuto alto il morale delle truppe durante la tre giorni: Wasabi San, Spaf Combo, Hugo Sanchez Tropicantesimo, Pinchado, Orchestra Moderna, Crudo e Federico Cassetta.

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