di Wladimiro Boccali*
Comuni più poveri e cittadini più tassati, è questa la conseguenza più diretta e immediata dell’Imu, l’imposta municipale unitaria. In queste ultime settimane si è parlato molto della nuova imposta, spesso senza conoscerne le caratteristiche, gli effetti, la reale portata. C’è molta ambiguità attorno a questa norma ed è tempo di fare chiarezza. Precisiamo subito che la maggior parte di noi sindaci è contro la disobbedienza fiscale perché è responsabile e rispettosa del proprio ruolo istituzionale. Ciò che, però, chiediamo al governo è di non nascondersi dietro ai primi cittadini.
E poi cominciamo con il dire che quel gettito andrà a finire in larga misura nelle casse dello Stato e che è una patrimoniale mascherata, finalizzata a risanare i conti dello Stato. Di fatto, ai Comuni è negata qualsiasi forma di autonomia nella applicazione dell’imposta, determinando pesanti rigidità: i sindaci non hanno il potere di rimodularla sulla base delle necessità dei cittadini più svantaggiati. Nonostante il gettito complessivo dell’imposta sia stimato attorno ai 21,4 miliardi, di questi gran parte andrà allo Stato, anche sotto forma di tagli ai trasferimenti. Il risultato è che se l’anno passato l’Ici aveva portato nelle casse dei Comuni 9,2 miliardi, quest’anno i Comuni perderanno il 27% di quella cifra, al netto di tagli e quota statale dell’Imu. Per i cittadini, invece, la pressione fiscale sugli immobili aumenterà del 133%.
L’Associazione nazionale dei Comuni italiani, di cui faccio parte in qualità di presidente per l’Umbria, da tempo si è attivata per chiedere all’esecutivo un passo indietro su questa imposta, una sua modifica o quantomeno per far conoscere alla collettività la sua vera essenza: l’Anci da ieri ha promosso una campagna informativa sull’Imu che terminerà il prossimo 24 maggio, data in cui è prevista una manifestazione di tutti i sindaci a Venezia. Tutto questo perché i cittadini, le famiglie e le imprese devono sapere che dietro la sigla IMU che evoca i municipi, si nasconde in realtà una TASSA dello Stato che i Comuni non possono riscuotere liberamente.
L’intento è di rendere i cittadini attori partecipi e consapevoli della grave situazione che da tempo l’Anci denuncia in tutte le sedi istituzionali, pur senza ottenere alcun riscontro dalle autorità governative. C’è anche un po’ di rammarico per il mancato dialogo del governo con i sindaci. I primi cittadini non sono stati interpellati e questo è un altro fatto grave.
I sindaci, dunque, sono meri esecutori di una volontà governativa centrale, ma non senza aver prima cercato di formulare proposte alternative: la nostra battaglia, civile e rispettosa dei ruoli, è indirizzata a modificare l’Imu, in modo che diventi realmente una tassa municipale. I Comuni sono disposti a rinunciare a tutti i trasferimenti statali in modo proporzionale alle entrate dell’Imu, purché queste rimangano interamente sui territori e i cittadini sappiano dove finiscono le loro tasse. Anche perché i sindaci vengono giudicati dai loro cittadini anche su questo. Dall’Imu, deve sparire la quota statale. Il governo proceda istituendo una patrimoniale, a partire dalle grandi rendite, dai grandi capitali.
Non vogliamo creare una rivolta fiscale, non è questa la nostra intenzione, né prestare il fianco agli evasori fiscali, già fin troppo numerosi nel nostro paese. Anzi, il contrasto all’evasione è uno degli elementi su cui fare maggiore leva. Non vogliamo, neppure, prestare il fianco a quella parte politica che, oggi, in modo scorretto, utilizza e strumentalizza anche questo fatto. Crediamo, inoltre, che si debbano ristabilire, in tempi brevi, equità e sviluppo, per garantire quell’equilibrio sociale che oggi manifesta già le sue prime incrinature, le sue crepe.
I continui tagli ai trasferimenti agli enti locali, impediscono di dare risposte ai cittadini e di creare quella crescita necessaria a restituire respiro al territorio, a creare nuova occupazione. Serve far ripartire il grande motore degli investimenti per evitare che il sistema esploda.
*Presidente Anci Umbria


Certo che però è dura digerire la decisione del comune di imporre il max dell’aliquota consentita “spremendo” drammaticamente i cittadini che magari hanno una seconda casa lasciata dai genitori anziani dopo una vita di sacrifici e un mutuo sulla prima e vedere contestualmente l’elargizione dei premi (media 5.000 euro) ai dirigenti del comune che già prendono stipendi principeschi e non ne hanno certo bisogno……..
Inoltre se tutti sti dirigenti stellari prendono i premi vuol dire che la città sta benissimo perchè questi hanno conseguito risultati ottimi, ma a gurdarsi intorno non sembra che Perugia sia cosi vivibile e serena.
Un consiglio: smantellare il minimtrò (come già hanno fatto a PArigi) che divora solo soldi e ha mancato tutti gli obiettivi e con i soldi risparmiati aiutare le famiglie….. e basta premi ai dirigenti, oggi il premio è lo stipendio sicuro e non c’è bisogno di altro almeno per rispetto a coloro che non arrivano a fine mese.
Povero sindaco, non se la prenda, noi siamo contenti di pagare di più per risanare le casse comunali!
Ma piuttosto, se la situazione è così disastrata, non si poteva proprio trovare nessuno, tra i dipendenti comunali, da aggiungere al personale della Sua segreteria? Era proprio necessario richiamare una persona da un altro ente, passarla di grado e pagare circa 84000 Euro per due anni?