di Ivano Porfiri
«Perugia ha bisogno di una risposta importante, bisogna dimostrare che lo Stato c’è». E’ venuta a dirlo fin nel cuore della città, la sala dei Notari, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. Era passato quasi un mese dagli scontri in piazza dell’8 maggio, ma le ferite erano ancora fresche. Ferite su altre ferite, terribili come i fatti di cronaca che hanno scandito la prima metà del 2012 nel capoluogo umbro.
Solo per fissarle nella memoria: il 3 febbraio nel corso di una rapina a Pietramelina viene stuprata una donna di 54 anni; un mese dopo, il 2 marzo, a Ramazzano lo stesso gruppo criminale uccide con diversi colpi di pistola Luca Rosi, bancario di 38 anni, che cerca di difendere la sua fidanzata; la mattina del 6 aprile vengono trovati morti e legati nel loro appartamento di Cenerente Sergio Scoscia, ex orafo di 52 anni, e la madre Maria Raffaelli; l’8 maggio il centro di Perugia diventa terreno di scontro tra tunisini e albanesi dopo un accoltellamento con assalto alle forze dell’ordine e alle vetrine dei negozi.
Una sequenza terribile, che offusca in modo grave l’immagine della città in Italia e all’estero. La città degli studenti e del cioccolato, delle radici etrusche e dell’arte rinascimentale diventa – anche attraverso le inchieste di importanti media nazionali – «capitale dell’eroina» o addirittura «una nuova Scampia». Rischia di pagare un prezzo forte il turismo e l’università.
Così tante sberle, però, portano a una reazione: il sindaco Boccali ripete a più riprese che «Perugia merita di essere sostenuta, non denigrata» e fa appello alle forze dell’ordine. Il ministro arriva in città per promettere sostegno il 4 giugno, ma nel frattempo chi lavora tutti i giorni sul territorio una risposta la dà nei fatti, concretamente.
La contro offensiva dello Stato fa segnare questi successi: il 16 marzo i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Perugia arrestano gli assassini di Luca Rosi: sono tre giovani rumeni. Il lavoro degli inquirenti segue la pista già calda di Pietramelina e va a braccare i responsabili (confesseranno, seppur parzialmente) fino in Romania, poi li aspettano al confine mentre stanno tornando in Italia. Un’indagine rapida ed efficace, come riconosciuto anche dalla famiglia del povero Luca.
Il 27 giugno è la polizia con un’operazione corale ad assicurare alla giustizia i presunti assassini di Cenerente. Un’indagine certosina, quella degli uomini comandati da Marco Chiacchiera, che dà fondo a tutte le risorse (non certo abbondanti) a disposizione. Gli agenti della mobile interrogano giorno e notte decine di persone per trovare in alcune prostitute il bandolo della matassa che porterà a tre albanesi, la polizia postale esamina un milione e mezzo di contatti in transito sulla cella telefonica di Cenerente per individuare i numeri giusti e poi si ingegna per installare una spia che dirotti sui loro server le conversazioni via Skype di chi si aspettava di essere intercettato, la scientifica reperta centinaia di campioni. Poi il coordinamento internazionale e la cattura in Albania per due dei tre ricercati.
E sempre la polizia, con la decisiva collaborazione dei carabinieri, assicura alla giustizia i responsabili dei disordini in centro. Presi quasi tutti i tunisini, si cercano ancora alcuni albanesi. Intanto si dà vita a un repulisti lungo e difficile tra i vicoli del centro e i parchi di periferia. Un lavoro di arresti ed espulsioni, spesso vanificato da un meccanismo legislativo-giudiziario che complica anziché aiutarei, ma che prosegue sotto l’egida del questore D’Angelo e coinvolge tutte le forze dell’ordine.
Si è fatto abbastanza? Non c’è mai abbastanza e forse si è solo all’inizio. Non sono sufficienti gli arresti dei responsabili di delitti così atroci per placare la paura e ripulire l’immagine della città. Però sono risposte importanti, fatte col sudore della fronte di operatori che spesso compensano con sacrifici personali i tagli governativi anche alle forze dell’ordine.
Di più va fatto senza dubbio sul versante della prevenzione, sulla riappropriazione degli spazi, sulla marginalizzazione dell’illegalità. Ci si appella allo Stato e al Comune, ma è la città che deve alzare la testa: non affittare più facendo finta di non sapere cosa succede nel proprio appartamento, denunciare l’illegalità, non accontentarsi di guadagni facili oggi se i soldi incassati sono sporchi, porre un freno alla domanda di stupefacenti per arginare il flusso della droga e dei suoi commercianti di morte. Sembra poco, ma è la chiave di tutto



Titolate “lo Stato ha risposto” poi però specificate ” meccanismo legislativo-giudiziario che complica anziché aiutarei”
DIrei che lo Stato finirà di rispondere quando saranno chiusi i processi.
A giudicare però dalle troppe attenuanti sempre generosamente concesse, dai troppi cavilli sempre a favore di chi delique e dai meccanismi legislativo-giudiziario che complicano anziché aiutare a fare giustizia (appunto) e mi sa che, purtroppo, non sarà una risposta soddisfacente,
Siamo scoraggiati non solo perché succedono queste cose, ma soprattutto perché si rivedono sempre le stesse faccie impunemente libere.
Altro che Stato che risponde.
Pienamente d’accordo con il Direttore, con il rammarico – da perugino purosangue – che “l’adesso tocca ai perugini riprendersi la città” il 70% delle volte viene detto da non perugini. Perché tanto ora vivono “in pace” nelle villette tutte omologate di Pila, San Biagio della Valle o San Martino in Campo/Colle; perché “in centro sono mesi che non ci vado”; perché in tanti – troppi – comprano droga a tutte le età al pari degli studenti fuorisede e degli stranieri; perché a nessuno importa più “difendere” la propria città in una città dove nessuno vede più in là del proprio quartiere, se non allo stadio (e nemmeno sempre). Crisi di indentità? No, perdita dell’identità, se è meglio andarsene dal centro, se è meglio eco-costruire nelle campagne, se è meglio starsene a casa o a qualche sagra anche la sera del 20 giugno piuttosto che in un corso Vannucci pressoché deserto “tanto a che serve festaggiare la propria città?”. Questione di cultura e appartenenza. Che ormai nella maggioranza non ci sono più. Tocca davvero ai perugini, ma quali?
Questa Perugia l’hanno voluta i perugini. Vedo continuamente nordafricani spacciare e mi chiedo dove sono le forze dell’ordine e dove sono i perugini!!! Li avete voluti e adesso ve li tenete con tutte le conseguenze che ne derivano: furti, rapine, spaccio, prostituzione, elemosine ad ogni angolo, ecc. Evviva l’accoglienza e diamogli pure le case a questa gente (l’IMU naturalmente viene sborsata dagli italiani)…