Il palazzo della Provincia di Perugia

di Ivano Porfiri

Sulle Province inizierà ora il solito mercanteggiamento. Il limite di 300 mila verrà abbassato fino alla quota del miglior offerente, per tenere in vita magari qualche amministrazione leghista in più. Ci sarà l’inevitabile effetto che hanno le mezze decisioni. A questo punto non sarebbe meglio, cari politici, per una volta prendere il coraggio a due mani e abolirle tutte?

Dietro la spinta dell’Europa, finalmente Berlusconi ha detto quello che non aveva mai detto in 17 anni, cioè che siamo il terzo Paese più indebitato al mondo (quindici giorni fa stavamo meglio degli altri, un bel cambio di prospettiva). Da qui, che siano forzate o meno, si sono prese delle decisioni. Non affrontiamo il mare di tagli a enti locali e statali, pensioni e patrimoniali, su cui si scatenerà un ampio dibattito e su cui l’esecutivo rischia (rischiando peraltro di mettere in ginocchio un Paese già debolissimo). Ma si è deciso finalmente di dare anche una bella sforbiciata ai costi della politica. Bene, ma si faccia sul serio.

Perché non si è detto, ad esempio, che si mette sul tavolo un disegno di legge costituzionale di due articoli: dimezzamento del numero dei parlamentari e dimezzamento delle loro indennità? Da approvare in 60 giorni. E chi non lo sosterrà ne risponderà davanti ai suoi elettori.

E per quanto riguarda gli enti locali, il taglio solo delle Province «piccole» già sta innescando una legittima rivendicazione di sopravvivenza: perché con 299.999 abitanti la Provincia non ha senso di esistere e con 300.001 sì? Tutto ciò è costituzionale? Stesso discorso, sia detto per inciso, vale anche per i Comuni. In Umbria, ad esempio, ma anche in Basilicata e in Molise, che senso avrebbe una Provincia coincidente con la Regione? Che cosa se non la sovrapposizione dei protagonismi con due presidenti che innescherebbe una lotta politica sulle competenze?

Ora si dirà di tutto, ci si appellerà alle radici, alla storia, al campanilismo. Ma, diciamoci la verità: il campanilismo non c’entra, c’entrano le poltrone e i privilegi. A chi dice che non è con gli stipendi degli amministratori che si otterrebbero cifre significative si risponda che meno politici significa meno potere e meno clientelismo. Meno incrostazioni nella pubblica amministrazione.

Quindi, per evitare dissidi e contrapposizioni, per evitare l’inevitabile mercato delle vacche di chi proverà a contrattare sulle dimensioni o l’importanza storica di una Provincia piuttosto che un’altra oppure a spostare i confini per salvarsi la poltrona, si faccia quello che già prevedeva la Costituzione: con la nascita delle Regioni si trasferiscano le competenze e si aboliscano le Province. Tutte, una volta per sempre.

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One reply on “Province, a questo punto aboliamole tutte”

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