di Ivano Porfiri
C’è un limite oltre cui neppure la più efficiente tra le società, neppure il migliore tra gli uomini può andare. Il confine tracciato dalla natura tra la vita e la morte. Quando si spalanca una voragine immensa nel sottosuolo e un’onda alta dieci metri travolge la costa non basta neppure essere giapponesi per sopravvivere a tanta distruzione.
Essere giapponesi nel senso della disciplina e dell’efficienza. Le immagini di un terremoto migliaia di volte più forte di quello che ha raso al suolo L’Aquila far cadere qualche pannello di cartongesso e quelle della gente che, di fronte a tanta terribile potenza, resta calma e sa esattamente cosa fare è una lezione che resterà impressa nei popoli di tutto il mondo. Onore ai nipoti dei samurai.
Onore a un popolo che ha fatto quanto possibile di fronte a un evento terribile. Ma che si è dovuto arrendere all’incommensurabile. Lo tsunami, parola che loro stessi hanno coniato, ha travolto le coste e quanto vi si trovava senza lasciare scampo, a dimostrazione che non c’è disciplina, né edificio né tempio che tenga di fronte all’Apocalisse.
Ma se c’è qualcosa d’altro che resterà dopo che il popolo giapponese comincerà a lenire questa ennesima terribile ferita sulla sua pelle è l’insegnamento che sfidare oltremisura gli eventi naturali per il benessere momentaneo è un atto suicida e un tradimento verso i nostri figli. Costruire col cemento scadente o installare reattori nucleari, per quanto teoricamente sicuri, vuol dire piazzare bombe sotto i nostri piedi sperando che nessuno le inneschi mai.
In un paese come il nostro e in una regione come la nostra, che sa cosa voglia dire la parola terremoto, ma anche la parola ecomafia, scegliere oggi di investire sul nucleare (che per di più rischia di essere obsoleto) togliendo risorse alle energie rinnovabili ha il sapore di una nuova speculazione sul nostro territorio. Nella speranza che eventi catastrofici continuino ad avvenire lontano, almeno finché chi deve guadagnarci sopra non avrà le tasche piene.
Infine un pensiero va a quei volontari che in queste ore stanno sacrificando la propria vita per spegnere il reattore di Fukushima. Loro, come quegli eroici piloti di aereo che nel 1986 sorvolavano la centrale di Chernobyl, sapendo di morire lavorano per salvare migliaia di altre vite umane. Mentre cantiamo in queste ore in modo quasi automatico il verso del nostro inno «siam pronti alla morte» è bene ricordarsi che c’è chi lo ha fatto – morire – per l’Italia e chi continua farlo, ogni giorno, per la sua gente in ogni parte del mondo.


DAVVERO UN BELL’EDITORIALE!
Chapeau Ivano!!