di Marco Torricelli
Sassi. Ma non ‘sassolini’. Proprio sassi grossi. L’impressione è che dentro le scarpe dei sindacalisti ternani non ci stiano più e che, forse, è arrivato il momento di toglierli, visto che per lunedì mattina hanno convocato i giornalisti
All’angolo A dirla tutta si sentono stretti in un angolo e – le dichiarazioni, per ora, ‘informali’ lo confermano – il timore è che si stia stringendo una sorta di accordo-ponte, tra il governo e la ThyssenKrupp, che permetta alla multinazionale di dare attuazione, magari in una formula ‘light’, al piano industriale annunciato 17 luglio e che, dopo le forti proteste messe in atto, è stato poi messo da parte il 5 settembre.
Le interpretazioni Del resto basta rileggere le valutazioni che governo e sindacati hanno fatto dopo l’incontro di venerdì per capire, e pure in fretta, quale sia la direzione verso la quale, da Roma, si vorrebbe indirizzare la questione. Ma che, da Terni, non sia quella la direzione considerata giusta.
Il governo La posizione ufficiale del ministro Federica Guidi, infatti, è chiara: «Durante l’incontro, cui hanno preso parte il presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini e i sindacati, è stata ribadita da parte dei vertici di Ast-ThyssenKrupp la strategicità dell’impianto di Terni e confermato il piano di investimenti per mantenere competitivo il sito industriale in un contesto europeo. Partendo da queste premesse, sono state ulteriormente analizzate le prospettive di sviluppo, sotto l’aspetto industriale e commerciale. Il confronto di martedì ripartirà proprio dall’esame di quest’insieme di punti e sarà allargato agli ulteriori aspetti con cui si intende conseguire l’efficientamento di Ast-ThyssenKrupp». Non male, uno pensa.
I sindacati La nota sindacale, invece, dice che nell’incontro «sono state ribadite dalle organizzazioni sindacali, come già avvenuto in sede locale, i punti strategici che debbono contraddistinguere un piano che garantisca il mantenimento e lo sviluppo industriale del gruppo Ast. Gli elementi forniti dall’azienda ad oggi ancora non individuano una chiara strategia che va in questa direzione alla quale si aggiungono affermazioni e dati (assetto societario, previsione di bilancio, strategie commerciali, investimenti) che continuano a rappresentare per le Organizzazioni sindacali elementi di criticità e non condivisione». Male, uno pensa.
Lo scenario Quello che si starebbe prefigurando – negli incontri riservati tra governo e ThyssenKrupp, che in questi giorni si sono susseguiti – è uno scenario che, a grandi linee, prevederebbe una limatura degli esuberi, nell’immediato, puntando magari ad un dimezzamento rispetto alle richieste iniziali dell’azienda, a fronte della conferma di quegli investimenti annunciati e che sono già stati giudicati insufficienti dai sindacati.
I tempi Per farlo si sceglierebbe la strategia ormai consolidata: quella che prevede di prendere tempo. La data, indicata come ultimativa, del 4 ottobre – un sabato, peraltro – entro la quale raggiungere un accordo definitivo, potrebbe tranquillamente diventare ‘solo’ una tappa del percorso. Che si trasformerebbe nel consueto stillicidio di piccoli e grandi episodi – di confronto e scontro – lungo un arco temporale di qualche mese, nel corso del quale l’azienda potrà portare a compimento la gran parte del piano. Il resto sarebbe solo una conseguenza.
Le prospettive Un quadro che ai sindacati ternani non piace, ma sul quale non hanno – oggettivamente – grandi possibilità di intervento: «Se l’ipotesi è questa – dice un sindacalista – è chiaro che di fronte ad un patto tra governo e azienda, noi ci troveremmo ad essere il vaso di coccio tra quelli di ferro e, da soli, poco potremmo fare. Occorre che la politica e le istituzioni, senza fare i soliti giochini dei ‘distinguo’ e delle ‘fughe in avanti’ per andare a caccia di facili consensi, guardino alle acciaierie ternane per quello che sono e cioè una promessa di vita e di lavoro per le persone, ma una grande prospettiva per l’Umbria».
Le vertenze Soprattutto perché, viene fatto notare, in Italia al momento ci sono oltre 150 vertenze di lavoro sulla quali il governo sta lavorando e che queste vertenze mettono a repentaglio, complessivamente, circa 150 mila posti di lavoro. La mediazione al ribasso, ovviamente, è sempre dietro l’angolo.
