Tanti giovani tra i lavoratori Ast

di Francesca Torricelli



Ansia, preoccupazione e tanta rabbia caratterizzano gli stati d’animo dei lavoratori della Tk-Ast di Terni, in attesa del confronto in Regione, nel tardo pomeriggio di martedì, dal quale sperano di avere qualche minima informazione sul loro possibile futuro.

Le paure Quella che, oggi, sta lì dentro, dietro i cancelli di viale Brin e dentro quei capannoni sconosciuti ai più, è una classe di lavoratori giovani, con mutui e figli piccoli, che di fronte ad un riassetto ‘sanguinoso’ corre il rischio di forti contraccolpi psicologici e materiali, pericolosi anche per la sicurezza e l’incolumità personale.

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Tradizione Figli, padri, nonni. Le acciaierie di Terni hanno una tradizione di famiglia. «A mio nonno – racconta Mario, un operaio di 40 anni – le acciaierie hanno dato la possibilità di costruire casa per lui e per mio padre». In passato se lavoravi all’acciaieria «eri un privilegiato, con un lavoro sicuro, ben pagato e con orari stabiliti», continua. «Eh, quegli orari oggi sono la nostra rovina. Quel timbrare il cartellino rende la maggior parte di noi delle vere e proprie macchine che vivono solo in funzione delle otto ore di lavoro. Il resto? Il resto non esiste».

Poca chiarezza Quarant’anni è l’età media dello stabilimento. Operai, ma prima di tutto persone che ogni giorno arrivano al posto di lavoro pieni di dubbi e paure: «Allora che hanno detto ieri all’incontro, chiudiamo?». Questo è il loro quesito costante, in un clima «di poca chiarezza e di risposte vaghe».

Perdere il sorriso La gente «qui dentro si logora», interviene Giovanni di 37 anni. «Ho visto gente trasformarsi, perdere il sorriso, invecchiare. Ma non di età solamente, invecchiare sulla pelle, dentro di loro». Ma nonostante tutto «dobbiamo ringraziare Dio che ogni giorni ci da la possibilità di timbrare questo benedetto tesserino». Giovanni è sposato e ha due figli: «Devo essere sincero? A me non piace questo lavoro, ma che devo fare, ho due bambini che devono mangiare, non posso permettermi di fare il matto. E la cosa che mi fa più paura è che io ho messo i miei sogni e le mie ambizioni da parte per dare loro la concretezza di cui hanno bisogno e ora rischio di non essere più in grado di garantirgliela».

La frustrazione «Se dovessi perdere il mio lavoro – continua Giovanni – sarei rovinato. Non posso più permettermi di fare una valigia ed andare a trovare ‘fortuna’ in un paese estero. Non ho più vent’anni ed ho due creature che hanno bisogno di me». E tua moglie? «Mia moglie lavora in un supermercato, anche perché oggi con il mio solo stipendio non sarei in grado di pagare il mutuo, le spese e mantenere lei e i bambini. Anche questo per me è motivo di frustrazione».

«Non so fare altro» Alle parole di Giovanni interviene Carlo, 32 anni. «Io non ho né moglie né figli, ma posso dirvi che se dovessi perdere questo lavoro non so proprio cosa potrei andare a fare. Nella mia famiglia abbiamo lavorato tutti in questa fabbrica e se dovessero dirmi domani di andar via io non sarei in grado di fare nessun altro lavoro».

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