di Marco Torricelli
Le condizioni o, meglio, gli ‘auspici’ – relativi alla vendita delle acciaierie ternane – erano fondamentalmente tre: che in Europa restasse in equilibrio il rapporto tra i player impegnati nella produzione di acciaio; che non ci fossero tagli alla forza lavoro; che fosse salvaguardato il profilo del sistema industriale italiano. Ad una prima occhiata, quello che rischia di succedere è tutto il contrario. E il bello (si fa per dire) è «che non si capisce bene – dice sottovoce un sindacalista – a chi chiedere conto di ciò: tra un management ternano che sembra saperne quanto noi, istituzioni locali che prendono tempo e governo nazionale in stand-by».
Gli attori Outokumpu sta vagliando le offerte ricevute; quella della joint venture tra Aperam, Arvedi e Marceglia e quella del fondo Apollo; il governo italiano (un esecutivo di passaggio, è bene ricordarlo) aspetta che i finlandesi si degnino di fare un cenno; istituzioni locali, sindacati e lavoratori trattengono in respiro: «Noi – dice il sindacalista – stiamo cercando di capire, per conto nostro, quello che sta succedendo, perché le informazioni che ci ‘gira’ il management ternano sono davvero poca cosa e non vorremmo trovarci, ad un certo punto, con decisioni già prese con le quali fare i conti».
Il Tubificio Una delle, tante, incognite è proprio rappresentata dal Tubificio: Outukumpu ha sempre detto di volerselo tenere, a meno di ricevere un’offerta particolarmente interessante che, infatti, non è arrivata. I possibili compratori se ne sarebbero disinteressati: «E questo dimostra – dice il sindacalista – che il gioco non è chiaro. Perché il Tubificio, dove si lavora acciaio destinato alla realizzazione di marmitte, è uno sfogo importante per le cosiddette produzioni di ‘seconda scelta’, che Outukumpo, venduto tutto il resto, potrà decidere da chi comprare e potrebbe anche scegliere, come fornitori, gli stabilimenti tedeschi di Bochum e Krefeld, della cui possibile chiusura, da parte di ThyssenKrupp Inoxum si è forse fin troppo favoleggiato».
I ruoli La presenza di Marcegaglia nella compagine in corsa per l’acquisto delle acciaierie, poi, rappresenta un altro aspetto tutto da interpretare, visto che Emma Marcegaglia, da luglio, assumerà la presidenza di BusinessEurope, la Confindustria continentale, che riunisce 41 associazioni nazionali di rappresentanza delle imprese, provenienti da 35 paesi (i 27 paesi membri dell’UE e gli otto paesi candidati all’adesione o membri del così detto ‘spazio economico europeo’) e che rappresenta oltre 20 milioni di imprese. Il suo ruolo non sarà, insomma, secondario nella fase di stesura della nuova mappa dell’acciaio, in Europa e in Italia, dove si registra l’ennesima ‘voce di mercato’: con il gruppo Mittal che avrebbe fatto delle avances relative alle acciaierie di Taranto».
Supermarket Il nostro Paese ringhia il sindacalista, «si sta trasformando sempre di più in una sorta di supermercato, dove i grandi gruppi internazionali vengono, fanno acquisti a prezzi vantaggiosi, si accordano per scambi di partecipazioni, fanno business e lasciano a noi gli scarti di quello che non gli interessa più». Un primo segnale di protesta sarà «lo sciopero di quattro ore di venerdì – conclude – ma non è escluso che saremo costretti, se Outukumpu e governo non si faranno sentire, ad intensificare le iniziative».
Indiscrezioni L’agenzia Reuters, citando una fonte vicina all’affare, fa trapelare un’indiscrezione interessante: non sarebbe scontato l’ok dell’Unione europea all’operazione Aperam-Arvedi-Marcegaglia, perché il gruppo che fa riferimento Lakshmi Mittal possiede già molti impianti produttivi in Europa e potrebbe, acquistando Ast, sbilanciare gli equilibri di mercato. L’Ue, insomma, potrebbe preferire l’ingresso di un operatore nuovo, o in alternativa, costringere Aperam a cedere altri asset produttivi.
