di Marco Torricelli

Adesso è ufficiale. La Sangemini passerà sotto il controllo della famiglia Pessina, che già ha in ‘portafoglio’ le acque Norda e Gaudianello. La comunicazione è stata data, venerdì mattina, dai manager del gruppo.

La proroga La Sangemini, quindi, ha chiesto al tribunale una proroga di 60 giorni dei termini, che scadevano proprio venerdì, per la presentazione del piano industriale che, a questo punto, dovrà essere messo a punto dai nuovi proprietari – anche se la procedura più probabile sarà quella dell’affitto del ramo d’azienda – dello stabilimento umbro. Nel corso dell’incontro non sono stati forniti ulteriori dettagli, riguardo all’operazione che si sta concretizzando: l’unica garanzia data è quella relativa alla continuità del lavoro ed al mantenimento dei livelli produttivi nei prossimi due mesi.

Il passaggio La trattativa, come Umbria24 aveva anticipato il 10 luglio scorso, tra Roberto Rizzo, il ‘padrone’ e Carlo Pessina, patron del gruppo Norda-Gaudianello, era stata avviata (pare con la benedizione delle banche) già da qualche settimana e il tempo richiesto al tribunale servirà, oltre che per definire la strategia che si vorrà adottare – e che dovrà essere valutata dai lavoratori – anche per chiarire, con l’attuale proprietà, quali dovranno essere le condizioni: prima tra tutti la definizione dell’effettiva situazione debitoria e di chi dovrà farsene carico.

La storia Quello di venerdì, comunque, resta un primo punto di chiarezza su una vertenza che, da mesi, faceva registrare il continuo rincorrersi delle voci più disparate: dalla volontà dell’azienda di portare il marchio Fabia al nord, alle voci di riassetto della logistica, fino alla richiesta di concordato. Con tutto il corollario di scioperi, manifestazioni e incontri ai vari livelli (anche saltati all’ultimo momento) che, nelle ultime settimane, si sono fatti sempre più frequenti.

I lavoratori Nel corso dell’assemblea che si era svolta lunedì scorso, i lavoratori della Sangemini avevano già detta la loro: «Il gruppo Pessina dovrà tener conto del fatto che non c’è disponibilità a trattare se non partendo da alcuni presupposti: la presentazione di un piano industriale credibile; la salvaguardia di tutti i 139 posti di lavoro; la continuità produttiva, evitando scorciatoie come quella rappresentata dal fallimento; il mantenimento dell’unitarietà delle attività produttive; la ricostruzione di un rapporto di fattiva collaborazione con il territorio».

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