di Marco Torricelli
Sarà pure verde, un giorno. Ma per adesso puzza. E tanto. La chimica ternana o, meglio, quello che resta di un polo chimico nel quale, ormai sono rimasti in circa 550 a lavorare – quando glielo permettono – mostra i chiari sintomi di un avvelenamento che rischia seriamente di provocarne la morte.
Sei milioni A Houston, in Texas, il cattivo odore non arriva. Gli americani della LyondellBasell (48 miliardi di dollari di fatturato e oltre 14 mila dipendenti nel 2011), infatti, non fanno una piega: a Terni stiamo tutti qui, ad aspettare che si degnino di far sapere se accetteranno gli oltre 6 milioni di euro messi sul piatto per l’acquisto di un area e di impianti che loro non ritengono più strategici, ma loro tacciono.
Le aree L’offerta, originariamente di 4 e poi salita ad oltre 6 milioni, si riferisce ad un area, attrezzata, di circa 37 ettari, 25 dei quali potrebbero essere presi in carico da Terni Research e 4 a testa da Novamont e Cosp tecnoservice. Con impegni economici – questa almeno era l’idea – proporzionati. Per poter davvero realizzare quel polo ‘verde’ nel quale far convivere la produzione di energia da fonti alternative della prima, le produzioni innovative della seconda e una piattaforma delle plastiche riciclate della terza, in collaborazione con Corepla, con l’indispensabile supporto produttivo di Meraklon e Treofan, che operano nello stesso sito. Ridando fiato, così, anche a loro.
Le promesse Ma il tempo passa e la gente non nasconde più il proprio nervosismo: «Siamo in piena campagna elettorale – sibila una fonte sindacale – e qui a Terni c’è, come dappertutto, una processione di candidati. Lei ne ha viso uno o una fare lo sforzo di andare ai cancelli? Quando i lavoratori erano fuori, con i gazebo, allora sì che erano tutti lì, ma adesso che è calato il silenzio e, forse, non hanno promesse credibili da dare, sono scomparsi». Già, le promesse. «Ne abbiamo sentite tante, forse troppe: dai politici locali a quelli regionali, fino ai ministri. Adesso sentiamo solo il silenzio».
Novamont Un silenzio, per la verità che non sembra essere prerogativa solo dei politici. E qui cominciano i dubbi. L’impressione, dice un delegato di fabbrica, è che «anche l’entusiasmo di Novamont sembra essersi decisamente raffreddato e questo potrebbe rappresentare un serio problema», ma purtroppo «a noi le notizie arrivano in maniera frammentata e, spesso, di seconda o terza mano, visto che i politici, ammesso che abbiano informazioni più attendibili, si guardano bene dal comunicarcele». E che dalle aziende, per un verso o per l’altro, interessate, arriva solo una serie di «no comment».
Meraklon Un’ipotesi, forse nemmeno troppo peregrina, parla di una LyondellBasell che è attesa di sapere, prima di dare una risposta, a chi verrà ceduta la Meraklon – che a Basell fornisce la materia prima, il polimero – e per l’acquisto della quale sono arrivate due offerte: della multinazionale belga Beaulieu, realtà importante nel mercato del filato di polipropilene, con una quota di mercato del 25% e del gruppo che fa capo all’imprenditore varesino Italo Fabro. Le buste con le offerte, aperte davanti ad notaio ternano, sono ora all’esame della commissione ministeriale che deve decidere quale delle due offre le migliori garanzie: «Da quello che sappiamo – dice Francesca Rossi, segretaria della Femca Cisl – la commissione di esprimerà dopo il 20 febbraio». Forse è meglio rassegnarsi a sapere tutto dopo le elezioni.
