di Marco Torricelli
Una storia che si ripete. Ormai con inquietante regolarità. L’azienda va in difficoltà e la prima cosa che fa è quella di smettere di pagare gli stipendi. Poi dice di voler mettere in pratica in piano di ristrutturazione e convoca un incontro. Nel quale dice cose che poi disattende. Storie già viste.
La cava Stavolta tocca alla Litoide di San Gemini, azienda controllata dalla famiglia Todini – a guidarla, con mano malferma, è Stefano, uno dei figli del capostipite – che divide il terreno e le attività in una cava con la Calcestruzzi di Cipiccia e Sabatini. Da tempo l’azienda traballa e i sindacati Fillea Cgil e Feneal Uil hanno deciso di uscire allo scoperto.
La Cgil Cristano Costanzi, della Fillea, si dice «fortemente preoccupato per le condizioni delle maestranze e delle loro famiglie – una dozzina i lavoratori che operano nella cava, ai quali si aggiungono quelli impegnati in altri cantieri – visto che ci avviciniamo alla scadenza del secondo mese trascorso senza che venga corrisposto lo stipendio e, soprattutto, che non si abbia nessuna certezza sulle prospettive future dell’azienda».
La Uil Mentre Federico Natalini Foiano, della Feneal, rincara la dose: «La drammaticità della situazione è evidenziata dal fatto che, dopo aver preannunciato, il 21 giugno scorso, un generico piano di ristrutturazione, la proprietà è di fatto scomparsa ed a nulla sono valsi i nostri tentativi di tenere aperta la discussione».
L’allarme E che i timori siano molti forti lo evidenza un passaggio della lettera che i due sindacalisti hanno inviato all’azienda e al sindaco di San Gemini, Leonardo Grimani e nel quale si diffida la Litoide «ad intraprendere azioni tese a comprimere i diritti dei lavoratori» e nella quale si chiede «la convocazione immediata di un tavolo di trattativa». Ma si chiede anche «l’interessamento delle istituzioni locali in merito ad una questione di così grande rilevanza per la comunità residente», già in ansia, com’è noto, per la Sangemini.
