A distanza di due mesi dalla prima mobilitazione, la crisi della Stf Loterios di Fontignano ha finito per produrre un blocco compatto. Tutti i sessanta lavoratori dello stabilimento perugino della Valnestore, tra operai in cassa integrazione da quattro mesi e personale amministrativo, hanno incrociato nuovamente le braccia partecipando allo sciopero e al presidio davanti ai cancelli dell’azienda.
L’adesione è stata totale in occasione dello stato di agitazione proclamato per giovedì 25 giugno da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil, che hanno riportato l’attenzione sul futuro dello stabilimento in assenza, al momento, di certezze da parte della proprietà sul rilancio produttivo.
La mobilitazione ha registrato anche la presenza di rappresentanti istituzionali e politici locali, tra cui l’assessore regionale Simona Meloni, i consiglieri regionali Cristian Betti e Fabrizio Ricci e il consigliere comunale di Perugia Niccolò Ragni, a testimonianza di un sostegno trasversale alla vertenza.
Nella stessa giornata è stata presentata all’Assemblea legislativa dell’Umbria una mozione che impegna la Regione a proseguire nella ricerca di una soluzione industriale, con l’obiettivo di salvaguardare lo stabilimento e le competenze maturate nel tempo, considerate strategiche per il settore energetico e per l’economia dell’area della Valnestore. Al centro dell’iniziativa politica anche la richiesta di portare la vertenza al tavolo nazionale di crisi del ministero delle Imprese.
Sul fronte istituzionale, l’assessore regionale allo sviluppo economico Francesco De Rebotti ha già avviato da tempo interlocuzioni con la proprietà, che tuttavia – secondo quanto riferito dai sindacati – non avrebbero prodotto finora risultati concreti.
«Ad aprile, quando si svolse il precedente presidio, speravamo in un esito diverso, ma la crisi continua e continua anche l’assenza di una strategia aziendale», hanno dichiarato i rappresentanti sindacali Nico Malossi (Fiom Cgil), Andrea Calzoni (Fim Cisl) e Daniele Brizi (Uilm Uil). «Abbiamo avuto disponibilità al tavolo regionale di crisi, ma oggi non è più sufficiente. È necessario portare la vertenza a livello ministeriale».
Secondo i sindacati, la situazione sarebbe inoltre peggiorata nelle ultime settimane. Oltre al blocco delle produzioni e al calo delle commesse, viene segnalata una crescente perdita di fiducia da parte dei clienti storici. A questo si aggiungerebbero criticità operative come il distacco della corrente elettrica in una parte dello stabilimento e l’ipotesi di procedure di sfratto per alcuni immobili.
Un quadro che alimenta forte preoccupazione tra i lavoratori, anche in risposta alle accuse arrivate dalla proprietà, che in un comunicato ha contestato la gestione della vertenza.
«La situazione è paradossale – hanno replicato i sindacati – perché mentre la fabbrica è ferma si scaricano colpe sui lavoratori. Nel frattempo, nonostante lo stop produttivo, la proprietà si dichiara contraria alla vendita dello stabilimento, pur in presenza di manifestazioni di interesse per un possibile rilancio industriale».
Da qui la richiesta che arriva dal presidio: consentire un passaggio di proprietà o una soluzione alternativa che possa garantire la continuità produttiva. «Se l’attuale proprietà non è in grado di restare sul mercato – concludono i rappresentanti sindacali – si faccia da parte prima che sia troppo tardi, per salvare lo stabilimento e i posti di lavoro».
