di Daniele Bovi
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Piccole nelle dimensioni e nel fatturato, con il 70% che dà lavoro al massimo a cinque persone (il 90% fino a 15) e che nella metà dei casi non fattura più di 250 mila euro (nel 60% circa fino a un milione), per tre quarti concentrate nella provincia di Perugia e che per il 50% si occupano di manifattura, commercio (all’ingrosso e al dettaglio) e costruzioni. Dalle quasi 300 pagine dell’Osservatorio di Unioncamere Umbria, sembra essere questo il ritratto della società di capitale tipo che opera nella regione. Presentato lunedì mattina a Perugia e curato dal professor Paolo Fratini della facoltà di Economia dell’Università di Perugia, l’Osservatorio contiene l’analisi dettagliata di quasi 37 mila bilanci delle società di capitali umbre: uno studio approfondito, che prende in considerazione gli anni che vanno dal 2009 al 2011 e che mette in luce la struttura economica di questo tipo di società.
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L’Osservatorio Dall’Osservatorio emerge come i tre principali settori sopracitati nel triennio abbiano perso numero di imprese, mentre valore della produzione e valore aggiunto ovvero, in quest’ultimo caso, la differenza tra valore della produzione e costi che rappresenta «la capacità – spiega Fratini – di creare benessere per il territorio», si mantengono stabili. Numeri invece molto pesanti sono quelli relativi agli utili aggregati nel 2011, con Fratini che parla di «calo drammatico»: in valore assoluto 648 milioni di euro in meno, in netta controtendenza rispetto alla performance del resto d’Italia e perlopiù caricato sulle spalle di manifattura (-200 milioni) e costruzioni (-50 milioni). Una nota positiva in questo quadro è rappresentata da un patrimonio netto in lieve aumento: «Nonostante scontino perdite d’esercizio – dice Fratini – è il segno che gli imprenditori non si arrendono e per investire danno fondo ai patrimoni personali».
Risolvere i problemi Nella quarta parte dell’Osservatorio poi vengono passati in rassegna, per i settori più significativi, alcuni indici di bilancio che misurano la redditività del capitale investito, patrimoniali come quelli sull’indebitamento e sulla liquidità, il valore aggiunto per addetto e così via. In pratica un quadro d’insieme della situazione patrimoniale, finanziaria e reddituale delle società di capitali. «Queste ultime – ha detto Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di commercio di Perugia – sono le uniche che presentano un segno più per quanto riguarda le iscrizioni, segno positivo e che fa pensare un approccio al mercato non approssimativo». «Il sistema produttivo umbro – ha aggiunto – sono anni che perde in termini di produzione, fatturato, consumi e occupazione. Serve risolvere i problemi per far rimanere le nostre imprese sul mercato». Per alcune poi secondo Mencaroni la ripresa non basterà: «E non basterà – dice – semplicemente perché alcuni settori sono maturi».
I dati dell’Istat Una ripresa che, stando al rapporto sulle prospettive per l’economia italiana nel 2013-2014 dell’Istat arriverà, debole, il prossimo anno. Il Pil, secondo lo studio, scenderà dell’1,4% nel 2013 e dovrebbe attestarsi a un moderato +0,7% nel 2014. Le vie da battere sono quelle che portano fuori dall’Italia: nell’anno in corso infatti la domanda estera sarà, secondo l’Istat, la principale fonte di sostegno alla crescita economica (+1,1%), mentre quella interna sarà in calo netto (-2%) e riprenderà solo nel 2014 (+0,7%). Le famiglie poi anche nel 2013 continueranno a spendere di meno (-1,6%). Infine, i numeri che destano ancora più preoccupazione sono quelli che parlano di una disoccupazione in crescita: 11,9% nel 2013 contro il 10,7% del 2012, un dato che secondo l’Istat schizzerebbe nel 2014 al 12,3% «a causa del ritardo con il quale il mercato del lavoro è previsto rispondere alla lenta ripresa dell’economia».
