di Maurizio Troccoli
Provando a scattare una fotografia sull’attuale situazione degli aiuti economici per le persone svantaggiate, o comunque bisognose di aiuto oltre che per migliorare la qualità della vita dei cittadini, dall’Umbria ne emerge un quadro che, gli addetti ai lavori, definiscono preoccupante. Tant’è che non riuscendo a vedere possibilità di recupero sul fronte del procacciamento di risorse dal fondo, chiedono aiuto a fondazioni e Camere di Commercio. C’è chi la vede come un fallimento del compito principale dello stato che sarebbe quello appunto di creare i presupposti per le pari opportunità tra i cittadini e chi invece crede che in un periodo di vacche magre, a rimetterci, è fisiologico che siano anche i più bisognosi. Comunque la si voglia vedere fa una certa impressione constatare che il fondo nazionale per il welfare si sia talmente dimagrito o prosciugato da non riuscire più a garantire i livelli minimi di assistenza. Provando a sintetizzare in maniera estrema, sarebbe come dire che una famiglia in difficoltà la voce di spesa su cui decide di stringere maggiormente la cinghia è quella dei beni essenziali, se non vitali, ovvero quella spesa prevista per i familiari più deboli e più bisognosi. E questa proprio non sembrano volerla mandare giù gli operatori e i coordinatori di una rete integrata di servizi sul territorio che, nel denunciare una condizione allarmante, esprimono l’amarezza tipica di chi si sente disarmato rispetto alla constatazione di un abbassamento generale della soglia di attenzione verso le problematiche più urgenti, come fossimo tutti anestetizzati da un momento storico irrefrenabile che trascina tutto verso il basso, senza neppure provare a salvare il salvabile. E’ così che pure organizzazioni che hanno un profilo istituzionale escono dai protocolli e fanno ricorso ad un linguaggio insolito per provare a rappresentare in pieno il livello di preoccupazione che in questo momento travolge famiglie intere, persone in difficoltà e responsabili di servizi essenziali per i cittadini.
Il peso di una denuncia «Che sulle finanze a supporto delle politiche regionali per il welfare piovesse ce ne eravamo accorti da tempo, ma che grandinasse proprio no». E’ una battuta decisamenteamara quella di Carlo Di Somma, presidente regionale di Federsolidarietà-Confcooperative (che associa le cooperative e i soci operanti nel comparto socio sanitario) di fronte alle cifre contenute nel riparto del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali alla voce “Umbria”. «Ce ne siamo accorti bene – prosegue – leggendo l’importo della quota di assegnazione per l’Umbria (1,64%) del Fondo, pubblicato recentemente sulla Gazzetta Ufficiale: 6.235.656 euro, su un monte complessivo di 435 milioni di euro».
I dettagli Il Fondo nazionale per le politiche sociali, giova ricordare, è la fonte nazionale di finanziamento specifico degli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie, così come previsto dalla legge quadro di riforma del settore. Il Fondo va a finanziare un sistema articolato di Piani Sociali Regionali e Piani Sociali di Zona che descrivono, per ciascun territorio, una rete integrata di servizi alla persona rivolti all’inclusione dei soggetti in difficoltà o comunque all’innalzamento del livello di qualità della vita. In sostanza, queste risorse contribuiscono a finanziare la rete integrata di servizi sociali territoriali su base nazionale attraverso una ripartizione tra le Regioni che, a loro volta ed in base alle proprie normative e programmazioni sociali, attribuiscono le risorse ai Comuni. Sono questi ultimi gli enti responsabili dell’erogazione dei servizi ai cittadini organizzati e programmati all’interno dei Piani sociali di zona.
Si è toccato il “fondo” «Da qui siamo andati a rivedere le carte degli anni precedenti – aggiunge il Segretario Regionale di Confcooperative Umbria, Lorenzo Mariani – scoprendo che in soli tre anni si è verificata una erosione secca del 50%, laddove si è partiti dai 12.230.745 del 2007 pari sempre al 1,64% dei complessivi 745 milioni di euro». «Su queste sconcertanti premesse – interviene il Presidente di Confcooperative, Andrea Fora – ogni domanda sul livello di welfare che vogliamo costruire o mantenere nella nostra regione appare scontata, così come la risposta».
Si prova comunque a tenere alta la china «Il Privato sociale, la Cooperazione Sociale e il volontariato sono senz’altro disponibili a giocare questa partita anche smontando e rimontando la rete dei servizi, ma una cosa è certa: è giunto chiaramente il momento che altri attori e portatori di interessi comunitari facciano la loro parte. Riteniamo ormai da anni – conclude Mariani – che le Fondazioni Bancarie presenti in Umbria, così come le Camere di Commercio, debbano farsi parte attiva nelle politiche per il welfare regionale. Sulle prime pensiamo che sia prioritario, come avviene ormai da tempo nelle regioni del centro nord, che rappresentanti del sociale e del no profit trovino spazio stabile negli Organi decisionali per poter tracciare un coordinamento su base regionale dei possibili interventi che le Fondazioni, per doveri statutari, debbono mettere in campo. Sul sistema Camerale c’è la convinzione che il prossimo insediamento del Laboratorio dell’Economia Civile, previsto per la fine mese, possa costituire il primo passo importantissimo di presa di consapevolezza da parte del mondo delle Camere di Commercio circa l’importanza di un comparto come quello dei servizi alla persona ai fini del mantenimento del livello di civiltà e benessere nella nostra regione».


