I lavoratori della Sangemini

di Marco Torricelli

Rabbia. E paura. E frustrazione. Una miscela esplosiva, quella che si sta formando alla Sangemini dopo il no di Norda al rilevamento del ramo di azienda, che ha aperto un baratro nel quale i 136 lavoratori dello storico marchio di acque minerali – e tutti quelli dell’indotto – temono di precipitare.

Strada bloccata Quello che doveva essere un ‘normale’ sciopero – i lavoratori si sono riuniti martedì mattina in assemblea davanti ai cancelli della loro azienda – si è trasformato in ben altro: «Tutti in strada, facciamo un blocco», creando non poche apprensioni a polizia e carabinieri, sul posto per il normale servizio di vigilanza. Trattative febbrili, attimi di tensione, con i lavoratori che avrebbero voluto raggiungere la vicina E45, ma poi si è trovato un compromesso: un corteo che ha percorso, e a tratti bloccato, lo strada Tiberina, che collega lo stabilimento al paese di San Gemini. Sulla piazza principale, sotto la sede comunale, il corteo si è infine sciolto. Ma con una promessa: «Lo sciopero va avanti. Non abbiamo altro da perdere che il nostro lavoro – dicevano gli operai – e lo difenderemo in tutti i modi».

VIDEO – LA MANIFESTAZIONE DEI LAVORATORI

La scadenza Il tempo a disposizione, per trovare una soluzione che eviti il fallimento della Sangemini, è ormai davvero poco: il tribunale aveva fissato per il 24 settembre, martedì prossimo, il termine ultimo entro il quale Norda avrebbe dovuto presentare il piano industriale, sulla base del quale avviare la procedura di ‘affitto del ramo d’azienda’ Sangemini, ma la famiglia Pessina – titolare del gruppo Norda – si è tirata indietro proprio all’ultimo momento, gettando tutti nel panico. Il sindaco di San Gemini, Leonardo Grimani, è chiaro: «Per questa comunità, perdere un patrimonio come la Sangemini è inimmaginabile».

VIDEO – PARLA IL SINDACO: NON MOLLIAMO

Gli appuntamenti Torna in campo, quindi, il gruppo Rizzo-Bottiglieri-De Carlini – l’attuale proprietà – che mercoledì ha in programma un incontro con le banche creditrici. Ma non sarà una passeggiata: gli armatori campani, che con gli istituti di credito (e in particolare con Unicredit) sono in debito per un’ottantina di milioni, chiederanno, in poche parole, che gliene vengano prestati almeno altri 14, per tenere aperti i rubinetti. Difficile. Giovedì, poi, è programmato un nuovo incontro in Regione (i lavoratori si stanno organizzando per trasferirsi in massa a Perugia) per fare, sulla base delle decisioni che le banche prenderanno, il punto della situazione.

Il retroscena Forse è una pura coincidenza, ma proprio cinque giorni fa la Norda aveva segnato un punto a suo favore nella lunga querelle relativa ad un nuovo acquedotto, ‘Acqua alta’, attraverso il quale rifornire lo stabilimento di Primaluna (in provincia di Lecco) con l’acqua dalla val Biandino. Per posare le tubazioni – a stabilirlo è stata proprio la Provincia di Lecco – non servirà più chiedere il permesso ai titolari dei terreni attraversati, che riceveranno solo una ‘indennità di asservimento’: poche centinaia di euro. Il dubbio che sta maturando è se, per caso, Norda non abbia agitato lo spauracchio Sangemini, per convincere le amministrazioni locali lombarde ad un atteggiamento più collaborativo.

La Regione Il capogruppo regionale del Pdl, Raffaele Nevi, con una interrogazione di question time discussa martedì, chiede quali misure intenda attivare la Regione «per risolvere la gravissima crisi della società di acque minerali Sangemini che, anche alla luce della marcia indietro della società Norda all’ipotesi di sub-ingresso societario, mette a rischio un patrimonio industriale di valore e soprattutto la prospettiva occupazionale dei 136 lavoratori impiegati e delle loro famiglie». L’assessore allo sviluppo economico, Vincenzo Riommi, nella sua risposta ha detto che al punto in cui è arrivata la vicenda, «la prospettiva è drammatica, perché il 24 settembre scadono i termini stabiliti dal giudice per la presentazione della proposta da parte della proprietà; l’ipotesi
presentata a luglio, che prevedeva le modalità tecniche il subentro di un altro soggetto, fondamentalmente sembrerebbe non stare più in campo e la possibilità che vada avanti l’attuale proprietà significa ritornare a sei mesi fa quando le banche hanno manifestato la loro sfiducia nei confronti del piano proposto».

La politica «Non si lasci nulla di intentato, per evitare il fallimento di Sangemini. In particolare, la proprietà deve scongiurare la possibilità del fallimento, riaprendo le trattative di vendita o di affitto del ramo d’azienda. Ugualmente, ogni altra parte chiamate in causa non può non sentirsi coinvolta e responsabile degli eventi di questi giorni. In questo senso, quindi, è necessario che si adoperino tutte le istituzioni, a partire dal governo, che già dalle prossime ore va investito del ruolo di garante per la riapertura e il buon esito della trattativa» A dirlo è il senatore ternano del Pd, Gianluca Rossi, capogruppo in commissione finanze e tesoro che prosegue: «Ai lavoratori della Sangemini che manifestano oggi per difendere il loro diritto al lavoro esprimo tutta la mia solidarietà umana e sostegno politico».

La proposta Anche questa vicenda, a giudizio di Rossi, « testimonia la complessità della risposta da dare sul piano della reindustrializzazione di questo territorio, la cui produzione industriale è investita da una crisi non sempre causata dal crollo del mercato, quanto piuttosto dal mancato adeguamento delle politiche industriali nazionali». Il senatore democratico sottolinea l’importanza  di »rispondere alle esigenze del territorio con uno strumento non ordinario, che consenta la reindustrializzazione. Il più appropriato, ritengo,  è il riconoscimento dell’area di crisi complessa, al fine di favorire una maggiore capacità di attrarre investimenti e piazzare sul mercato i beni prodotti in Umbria che – conclude il senatore –  come nel caso di Sangemini, sono storicamente riconosciuti per la loro qualità».