Il governo prova a rassicurare il Terzo settore, ma il nodo che preoccupa sagre, circoli e associazioni umbre resta in larga parte aperto. La nuova nota interpretativa del ministero del Lavoro, pubblicata dopo settimane di allarme tra gli enti no profit, chiarisce infatti un aspetto importante della riforma fiscale in vigore dal 2026, ma non interviene direttamente sui punti che avevano alimentato le maggiori preoccupazioni nei territori.
Il chiarimento riguarda soprattutto la distinzione tra ente commerciale dal punto di vista fiscale e impresa dal punto di vista civilistico. Un passaggio tecnico che però ha conseguenze concrete. Il ministero precisa infatti che un ente del Terzo settore può svolgere attività organizzate e continuative con modalità imprenditoriali senza essere automaticamente obbligato all’iscrizione come impresa nel Registro imprese. L’obbligo scatterebbe solo per gli enti che assumono una vera qualifica civilistica di impresa.
È una distinzione che alleggerisce almeno in parte il timore di un automatismo tra attività economica e trasformazione in impresa commerciale. Ma il chiarimento non modifica il cuore della riforma fiscale già prevista dal Codice del Terzo settore e destinata a entrare pienamente a regime dal 2026.
Restano infatti invariati sia il “test di commercialità” sia la nuova soglia economica che abbassa da circa 130 mila a 80 mila euro il limite entro cui alcune attività possono mantenere il regime fiscale agevolato. Ed è proprio questo il punto che nei mesi scorsi aveva fatto emergere forti preoccupazioni anche in Umbria, regione dove il sistema associativo rappresenta una componente strutturale della vita sociale, culturale e ricreativa.
Il ministero, nella nota, conferma anzi che la qualifica fiscale di ente commerciale continua a dipendere dalla prevalenza dei proventi commerciali rispetto a quelli non commerciali, secondo i criteri previsti dall’articolo 79 del Codice del Terzo settore. In sostanza: il chiarimento separa il piano civilistico da quello fiscale, ma non cancella il rischio che molte associazioni possano comunque perdere le agevolazioni tributarie.
È qui che tornano centrali i casi già emersi negli ultimi mesi. Sagre, festival, circoli e associazioni culturali umbre continuano infatti a trovarsi davanti a un doppio confine: da una parte il limite economico degli 80 mila euro, dall’altra la natura concreta dell’attività svolta. Una somministrazione continuativa di cibo e bevande, un festival con sponsor e biglietteria strutturata o un circolo con attività aperte di fatto a un pubblico ampio possono continuare a essere considerati commerciali anche senza assumere formalmente la veste di impresa.
La novità introdotta dalla nota ministeriale sembra quindi limitare soprattutto il rischio di ulteriori obblighi amministrativi legati all’iscrizione al Registro imprese, ma non scioglie il nodo fiscale che preoccupa gran parte del volontariato diffuso.
Il documento precisa inoltre che organizzazioni di volontariato ed enti filantropici restano incompatibili con un modello imprenditoriale vero e proprio. Per gli altri enti del Terzo settore, invece, resta possibile operare anche con modalità imprenditoriali purché siano rispettate le finalità non lucrative previste dal Codice.
Per il sistema umbro la questione continua ad avere un peso particolare. Secondo le stime elaborate sui dati nazionali del no profit, tra il 15% e il 25% degli enti potrebbe avvicinarsi o superare la nuova soglia economica. In una regione caratterizzata da una rete capillare di associazioni locali, piccoli circoli, eventi territoriali e sagre storiche, il rischio di un ridimensionamento delle attività o di un aumento dei costi amministrativi resta concreto.
La nota del ministero interviene dunque su uno dei punti più discussi della riforma, ma solo parzialmente sulle criticità sollevate negli ultimi mesi. Il principio di fondo della riforma non cambia: distinguere in modo più netto tra attività sociale e attività economica. E proprio su questo confine continua a giocarsi il futuro di una parte significativa del modello associativo umbro.
