Un anno con il segno rosso il 2013 per le società umbre con fatturato compreso tra uno e 10 milioni di euro. La contrazione riguarda sia il fatturato complessivo che gli utili, ma il quadro è diviso in due: le imprese più evolute capaci di esportare volano, le altre affondano. E’ quanto emerge dall’analisi dei bilanci di 1.870 le società di capitali da parte del Centro studi economico e finanziario Esg89.

I numeri Delle 1.870 società Perugia ne conta 457, seguita da Terni con 234 e poi Foligno con 118, Città di Castello con 114, Bastia Umbra con 86, Corciano con 77 e poi tutti gli altri comuni. Fra i comparti più numerosi, invece, il meccanico supera tutti con 224 compagini, seguito dall’edilizia-costruzioni con 191, commercio con 157, trasporti-corrieri logistica con 76 e edilizia-impiantistica con 69. Per dimensione 290 sono over 5 milioni e 632 oltre i 3 milioni di giro d’affari (fatturato). Per numero di dipendenti, 90 sono le società esaminate con oltre 50 addetti e 858 superano i 10.

Calo complessivo Il fatturato complessivo rispetto all’esercizio precedente delle società esaminate ha registrato una contrazione del 10%: si è passati da 6 a 5,4 miliardi. Ma quello che più preoccupa è il dato relativo alla redditività. Nel precedente periodo il totale del risultato d’esercizio era di 5,6 milioni di euro, nell’ultimo anno invece la somma risulta negativa di oltre 100 milioni.

Chi sale e chi scende Il 70% delle società analizzate chiude il bilancio registrando un utile d’esercizio, 42 addirittura con oltre 500 mila euro e ben 268 con più di 100 mila euro. In perdita 546 società. In totale 127 società risultano in grande difficoltà: il 6%, con un rapporto perdita/fatturato superiore al 10%. Sono invece 79 le società molto performanti. Non tutti i settori si comportano in modo uguale e stessa cosa vale per i comuni dell’Umbria. Partiamo dall’aspetto geografico. Le società di Perugia per il 72,65% chiudono in utile, Terni fa meglio con il 76,07 (178 società su 234 presenti), così come Città di Castello che è al 78,95%. Sotto la media, invece, Foligno che è al 66,10%, Corciano con il 64,94%, Spoleto al 57,81%, Gubbio al 54,72% e Marsciano al 53,57%.

I settori Per i comparti, fra i più virtuosi computer-informatica con l’87,80% delle società che chiudono in utile, il trasporti-corrieri con l’84,21%, l’ambiente-smaltimento con l’81,25%, il tessile-abbigliamento con il 74,55% e la meccanica con il 70,54%. Fra i peggiori, di contro, il turismo-alberghiero con il 43,18%, il commercio-autoveicoli con un’azienda su due che chiude in perdita, l’edilizia-produzione materiali con solo il 54,84% di aziende in utile. Anche il comparto legno nel suo complesso soffre con più del 40% delle società che chiudono in perdita.

Lettura dei dati «Dall’analisi – commenta Giovanni Giorgetti Ceo di ESG89 – si evince da un lato quanto abbia inciso la crisi negli ultimi 5 anni e dall’altra, invece, l’emergere di esempi imprenditoriali molto interessanti e vincenti. La Pmi regionale si è dovuta ristrutturare soprattutto dal punto di vista dei processi produttivi. Ci sono realtà che hanno saputo investire sull’innovazione di processo e di prodotto, sul marketing strategico, sull’internazionalizzazione e stanno ottenendo ottimi risultati. Altre, di contro, che operano in comparti ‘stressati’ dal perdurare della crisi evidenziano numeri preoccupanti. Ci si domanda: quale futuro avranno allora le Pmi umbre? Per quelle compagini che operano in settori maturi legati prevalentemente ai consumi interni, la strada sembra essere segnata per molti anni e la ristrutturazione a breve appare la via maestra. Per quelle società invece che hanno dimostrato una buona dinamicità, con prodotti appetibili anche sui mercati esteri, il futuro appare più promettente. E’ chiaro – conclude Giorgetti – che molto dipenderà dalla capacità del governo attuale di attuare quelle politiche di sviluppo che da troppo tempo si attendono come la riduzione del cuneo fiscale, il taglio delle imposte sulle imprese, la sburocratizzazione della ‘macchina pubblica’ e relativo taglio della spesa corrente improduttiva, la semplificazione del mercato del lavoro e il ridimensionamento dei costi energetici. Capitolo a parte, inoltre, è quello della stretta del credito: se le banche non riprenderanno a finanziare le attività produttive allora tutti gli sforzi saranno inutili».

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