Il tessuto industriale del capoluogo subisce un altro colpo. All’improvviso ai 23 lavoratori delle Industrie Chimiche Reggiane di Olmo è stata comunicata la chiusura dello stabilimento. Una presa di posizione che gli operai e la Cgil definiscono «drastica» e che è stata discussa martedì in assemblea. La chiusura, secondo quanto riferiscono i lavoratori che hanno subito dichiarato lo stato di agitazione, sarebbe da imputare alla «ristrutturazione del gruppo» e all’indebitamento dello stesso. L’affitto dello stabilimento, di proprietà della famiglia Gervasoni, è stato già revocato. «Un atto grave – spiegano gli operai -, che unilateralmente decreta, prima di ogni confronto con le parti sociali, la chiusura dello stabilimento e con esso la cancellazione dei 23 posti di lavoro di Perugia».
Il piano Il piano industriale presentato in Confindustria, e che la Cgil definisce «incomprensibile», prevede l’acquisizione di un nuovo sito a Lodi con 30 lavoratori e il trasferimento, in questo sito, di alcune produzioni di Reggio Emilia, ristrutturando alcune posizioni di lavoro ma cancellando al tempo stesso il sito produttivo di Perugia. Uno stabilimento dove, fanno notare sindacato e operai, «non si sono mai registrate difficoltà produttive e dove si sono sempre onorate le produzioni per far fronte agli ordinativi con pochi investimenti infrastrutturali dedicati. Un sito efficiente e perfettamente funzionante, che non ha responsabilità nelle annunciate valutazione di indebitamento del Gruppo, casomai bisognerebbe riflettere sulle scelte strategiche che Ir ha effettuato negli ultimi dieci anni».
Le richieste Icr acquistò il sito produttivo di Olmo nel 2001, quando apparteneva alla famiglia Generosi, con il marchio Brenen costituito nel 1966. Il sito ha fatto ricerca e innovazione da sempre ed ha prodotto ininterrottamente vernici per l’industria, per la plastica e per la vetroresina. Ora però sindacato e lavoratori sentono che la crisi è solo un espediente per spostare la produzione altrove con la conseguente «desertificazione» del tessuto imprenditoriale del territorio. I lavoratori, oltre ad appellarsi alle istituzioni regionali e in attesa di un prossimo incontro in Confindustia il 9 febbraio, chiedono «il mantenimento del sito produttivo, anche attraverso una fase di ristrutturazione, con le attività del laboratorio di ricerca e innovazione ed una sede di logistica utile ad alimentare la domanda del mercato del Centro-Sud Italia, così da poter garantire una parte delle posizioni di lavoro oggi presenti».
Faber, nessuna novità positiva Nessuna novità positiva è arrivata invece per l’altra vertenza, quella della Faber, che sta mettendo in ginocchio un territorio martoriato dalla crisi come quello dell’appenninoumbro-marchigiano. Martedì in assemblea i 190 lavoratori dell’azienda che produce cappe ha votato la sospensione dello sciopero e del presidio permanente di fronte alla fabbrica. La Franke però, la multinazionale a cui appartiene la Faber, è irremovibile: lo stabilimento di Fossato va chiuso. «Naturalmente – spiega Maurizio Maurizi, segretario della Fiom Cgil di Perugia -, la trattativa prosegue, perché noi pretendiamo che sia garantito un futuro occupazionale a tutti i dipendenti, attraverso gli ammortizzatori sociali, il ricollocamento a Sassoferrato o la creazione di nuove opportunità occupazionali sul territorio dell’Appennino umbro».

