macroregione
L'Italia di mezzo formata da Toscana, Umbria e Marche

di Iv. Por.

C’è chi la chiama Macroregione, chi Italia di Mezzo. Il risultato è lo stesso: Umbria, Toscana e Marche insieme per mettere a sistema le rispettive virtù e fronteggiare gli svantaggi dell’affrontare questi tempi difficili ciascuno per suo conto. Cgil, Cisl e Uil sembrano appoggiare in pieno il processo avviato da qualche mese dai presidenti delle tre regioni e ratificato con la prima firma a Bruxelles. Ma con un però: non sia una operazione di vertice, bensì si coinvolgano le forze vive dei diversi tessuti regionali e si punti su lavoro e sviluppo. Per questo la “triplice” ha presentato a Perugia (e in contemporanea a Firenze ed Ancona), il documento “L’Italia di Mezzo: Rafforzare le omogeneità e rendere vantaggiose le differenze per cogliere una straordinaria opportunità di sviluppo”, elaborato dai sindacati di Toscana, Umbria e Marche. Alla conferenza stampa di Perugia hanno partecipato i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil dell’Umbria, Vincenzo Sgalla, Ulderico Sbarra e Claudio Bendini.

Documento: Italia di Mezzo

Italia di Mezzo «Il progetto dell’”Italia di mezzo” – è stato detto – può mettere assieme le persone, le intelligenze, i saperi, i sistemi di accoglienza, di inclusione, di coesione e tutela sociale, le risorse finanziarie dei programmi europei di Marche, Toscana e Umbria. Circa 6,2 milioni di persone possono, attraverso i loro rappresentanti, presentarsi agli investitori internazionali con il loro straordinario patrimonio paesaggistico, storico, artistico e culturale, far valere le conoscenze derivate dai sistemi universitari, scientifici e produttivi e al contempo quella straordinaria combinazione di tradizione e innovazione, quel saper fare in stretto connubio con il saper pensare».

TUTTO SULLA MACROREGIONE

Tentativi Il progetto pone le condizioni perché nella discussione sullo sviluppo si superi lo schema duale Nord-Sud e si valorizzi l’Asse Est-Ovest. E’ evidente che andranno affrontate questioni costituzionali e istituzionali, ma è altrettanto chiaro che, fin da subito, si possono mettere a fattor comune molte azioni, che oggi le singole Regioni conducono separatamente, con una nuova e maggiore efficacia. «In anni recenti – è stato spiegato – si sono più volte avviate riflessioni che prefiguravano un percorso verso una dimensione politica unitaria; storia, arte, cultura, modello socio-economico, paesaggio hanno creato un potenziale unicum, che oggi può costituire un valore aggiunto per le politiche nazionali e soprattutto europee».

Le potenzialità In un contesto di economia aperta e di competizione globale, le regioni dell’Italia di mezzo possono contare su fattori di specificità che, se messi a sistema, possono esprimere grandi potenzialità: un tessuto produttivo che, oltre alla presenza di grandi imprese, spesso multinazionali, è prevalentemente basato su un sistema di piccole e medie imprese, capaci di sviluppo endogeno, ma non localistico, come dimostrano i risultati dell’export; una straordinaria piattaforma naturale di connessione tra le economie atlantiche e dell’Europa occidentale con quelle dell’Europa centrale e dell’est; un territorio che costituisce un polmone naturale, con un importante patrimonio artistico-culturale che oggi rappresenta un valore aggiunto decisivo come fattore di potenziale sviluppo; un modello posto alla base delle politiche di welfare che ha valorizzato la coesione sociale.

Rafforzare le omogeneità Occorre però una capacità di governo che rafforzi le omogeneità e renda vantaggiose le differenze, per riuscire a cogliere questa straordinaria opportunità di sviluppo. «La firma del protocollo d’intesa tra i tre Governatori a Bruxelles il 17 giugno scorso – hanno sottolineato i sindacati –  ha dato una concreta accelerazione al processo di integrazione; che sia avvenuta proprio nel cuore dell’Europa ha dato un valore non soltanto simbolico al gesto, ma soprattutto lo ha inserito nel giusto contesto, dandogli una valenza sopraregionale e sopranazionale. Occorre però superare la pregnanza istituzionale e dare al processo anche un valore economico, sociale e civile».

Coordinamento di forze sociali Qui entra in gioco il ruolo di Cgil, Cisl e Uil e, più in generale, del partenariato, che possono «dare un respiro ideale al progetto: lavoro ed innovazione, sanità e welfare, tutela del paesaggio e agricoltura sostenibile, cultura e turismo possono essere volani di sviluppo se diventano patrimonio di valori condiviso. Pertanto, al coordinamento politico-istituzionale occorre affiancarne uno di partenariato socio-economico; è necessario procedere con un confronto serrato e concreto alla definizione di iniziative comuni per sostenere il sistema produttivo favorendo gli investimenti, realizzare efficaci politiche attive del lavoro e di inclusione sociale». I sindacati di Toscana, Umbria, Marche intendono essere «parte attiva nel processo che conduce alla realizzazione della riforma attraverso la realizzazione di una serie iniziative e svolgendo il ruolo di monitorare e valutare l’effettivo grado di convergenza e di armonizzazione delle politiche regionali nelle tre regioni».

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