di Daniele Bovi
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Aumenta il numero delle famiglie umbre in povertà relativa, che passano dall’8,9% del 2011 all’11% del 2012. A renderlo noto è l’Istat attraverso lo studio sulla povertà in Italia diffuso mercoledì. Un +1,1% che, in termini assoluti, significa che nel giro di dodici mesi sono scivolate in quella che l’istituto chiama «povertà relativa» circa ottomila famiglie in più. Dalle 33.800 del 2011 alle 41.800 dell’anno seguente, mentre nel 2010 la percentuale era pari al 4,9%. Secondo l’Istat sono relativamente povere quelle famiglie di due persone che, nel 2012, hanno speso 990,88 euro al mese. Una soglia ancora più bassa (e che varia di anno in anno a seconda dei prezzi e della spesa delle famiglie) rispetto a quella fissata nel 2011 (1.011 euro) ma che, fatto preoccupante, nonostante il calo non ha portato ad una diminuzione della percentuale di famiglie in difficoltà.

Il peggiore del Centro-Nord Il dato umbro è il più alto non solo di quello delle altre regioni del Centro Italia (7,1%) bensì di tutto il Centro-Nord: quest’ultimo fa registrare infatti un tasso di povertà relativa del 6,2%. Ad alzare la media italiana (12,7%) è il Sud della Penisola dove il livello oscilla da quello più basso dell’Abruzzo (16,5%) al 28,2% della Puglia. Secondo l’Istat complessivamente in Italia nel 2012 si contavano 9,5 milioni di persone in povertà relativa e 4,8 milioni in povertà assoluta. Le persone in povertà relativa sono passate dal 13,6% della popolazione (nel 2011) al 15,8%, mentre quelle in povertà assoluta dal 5,7% all’8%, una percentuale record dal 2005, anno di inizio delle rilevazioni.

Così in Italia Sempre con lo sguardo a ciò che è accaduto complessivamente in Italia, è da segnalare il peggioramento del dato che riguarda la povertà relativa per le famiglie con uno o due figli, soprattutto se minori (dal 13,5% al 15,7% quelle con un minore e dal 16,2% al 20,1% quelle con due); per le famiglie con tutti i componenti occupati (dal 4,1% al 5,1%), con occupati e pensionati (dal 9,3% all’11,5%), con persona e ritirati dal lavoro (dal 9,3% all’11,5%), con persona di riferimento dirigente o impiegato (dal 4,4% al 6,5%, particolarmente marcata tra gli impiegati) ma soprattutto in cerca di occupazione (dal 27,8% al 35,6%). L’unico segnale di miglioramento – fa notare l’Istat – si osserva in termini relativi per gli anziani soli (l’incidenza passa dal 10,1% all’8,6%), probabilmente anche perché hanno un reddito da pensione, per gli importi più bassi adeguato alla dinamica inflazionistica.

Il Piano regionale Da palazzo Donini, alla fine del marzo scorso la vicepresidente Casciari aveva annunciato un «Piano regionale» contro le povertà per rispondere in modo più mirato al «crescente disagio di famiglie e cittadini». «L’Umbria – disse la Casciari nel corso di un seminario dell’Agenzia Umbria ricerche – si doterà di un Piano regionale contro le povertà attraverso il quale intendiamo rispondere con azioni mirate alle diverse forme di povertà, vecchie e nuove, ed al crescente disagio di famiglie e cittadini». L’assessore in quell’occasione assicurò che la redazione del documento sarebbe partita «a breve». Un documento con il quale «mettere a valore nel miglior modo possibile l’insieme delle risorse per il settore derivanti da diverse fonti finanziarie».

I fondi Ue «Occorre poi ricalibrare le risorse – disse -, dirottandole su azioni strutturali e articolate più rispondenti alle mutate condizioni economico sociali». L’idea è quindi quella di una serie di azioni più rispondenti al contesto attuale, con forme di aiuto diversificate in grado di realizzare servizi più flessibili e rivolte a chi, come le famiglie giovani con minori, «soffre di nuove povertà». Risorse preziose dovrebbero arrivare anche attraverso la nuova fase di programmazione europea 2014-2020. Come scritto nel documento propedeutico al Quaderno strategico regionale sui fondi Ue, una novità della nuova programmazione riguarderà proprio la lotta alla povertà intesa, par di capire leggendo il documento, non tanto come sola e semplice assistenza economica. La parola chiave è infatti «integrazione», con progetti personalizzati di vera «presa in carico» delle famiglie che andranno dal semplice pasto fino alla formazione e all’inserimento lavorativo.

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