di Dan.Bo.

Dal nord al sud dell’Umbria, dall’est all’ovest, dalla manifattura al commercio, dal tessile all’agroalimentare fino alla cooperazione sociale, le costruzioni e non solo. In Umbria sono 185 le crisi aziendali aperte secondo l’ultimo aggiornamento fatto venerdì dalla Cgil regionale che ha presentai il Focus sull’andamento del primo trimestre dell’economia umbra realizzato dall’Ires. «Un quadro – osserva il sindacato – assolutamente parziale che tiene conto soltanto delle situazioni più rilevanti». Nel settore metalmeccanico le vertenze aperte sono 47, dall’Ast alla ex Merloni-J&P Industries (a ottobre scadono le prime mobilità e nell’arco di due anni in 800 rischiano di rimanere senza reddito) alla Trafomec fino ad altre realtà più piccole. Altre 47 sono le realtà in crisi del commercio mentre nell’edilizia sono 20.

La mappa Un settore che, come mostrano anche i dati delle associazioni di categoria resi noti giovedì, da anni vive una crisi nera. Perugina-Nestlé, Cassetta e Sangemini sono invece solo 3 delle aziende del settore agroalimentare che vivono momenti difficili. Soffre anche la cooperazione sociale (17 realtà in crisi), la grafica e le tlc (18) e la chimica (22). Ma questo, come accennato, è solo un quadro parziale che non tiene conto ad esempio delle moltissime piccole aziende artigiane di settori, ad esempio, come chimica e tessile, costrette a rincorrere gli ammortizzatori sociali. All’interno di questo scenario qualche elemento di ottimismo però c’è. Nel suo rapporto la Ires-Cgil parla infatti di «parziale miglioramento» dei primi segnali che attestavano, alla fine del 2014, la conclusione del lungo periodo recessivo; trend che però si devono consolidare nel corso dei prossimi mesi. Insomma, la luce in fondo al tunnel si vede ma serve cautela.

MAPPA INTERATTIVA: LE CRISI AZIENDALI IN UMBRIA

Il focus Per quanto riguarda i posti di lavoro, nel documento si sottolinea la «dinamica tendenzialmente positiva» emersa già a fine 2014, con gli occupati che crescono dell’1,5 per cento e un recupero di 5.300 posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione però si mantiene su livelli alti (12,5 per cento) e questo avviene perché «molti inattivi in precedenza scoraggiati sono tornati a cercare attivamente lavoro, tanto da contribuire negativamente al bacino degli inattivi in età da lavoro (-4,4%)». Quanto alla domanda di lavoro, si segnalano 3.100 assunzioni in più nei primi 4 mesi, periodo in cui (a marzo) è entrato in vigore il contratto a tutele crescenti previsto nel Jobs act. Secondo il report si tratta in molti casi di stabilizzazioni, ma un effetto positivo del Jobs act viene comunque sottolineato.

L’ELENCO DI TUTTE LE REALTÀ IN CRISI

Cig e consumi Strettamente connessi a questi numeri ci sono quelli della cassa integrazione: 5,6 milioni le ore autorizzate tra gennaio e maggio, con un calo dell’8 per cento ma un crescita del 7 per cento di quella straordinaria, che orami pesa per il 44 per cento del totale. Nei primi tre mesi i lavoratori coinvolti sono 6.814, di cui 3.446 nella Cigo (ordinaria), 3.005 nella Cigs (straordinaria) e 363 nella Cigd (deroga). Qualche segnale di miglioramento arriva dai consumi, con un segno meno che si va assottigliando rispetto alla fine dell’anno precedente. Bene l’export, che da gennaio ad aprile al netto del peso dell’acciaio fa segnare un più 6 per cento, e anche il credito, per il quale l’Ires segnala un «generale miglioramento» rispetto a dicembre (da +0,5 a +1,2). «Ciò – è detto nello studio – risente del contributo positivo delle imprese di minori dimensioni (+1 per cento), di un apporto stabile delle famiglie consumatrici (+0,7 per cento) e di un ingente crescita delle erogazioni al comparto pubblico (+10,8 per cento)».

Sgalla Per le imprese rimane ancora ampio il divario tra variazione degli impieghi lordi (+0,2 per cento) e dinamica degli impieghi vivi (al netto delle sofferenze, -4,2 per cento) stando a segnalare la persistenza di un certo grado di deterioramento della qualità del credito in connessione a comparti ancora ad alto grado di rischio come le costruzioni, le attività commerciali e alcuni segmenti del manifatturiero. Benché non manchino segnali positivi secondo il segretario regionale della Cgil Vincenzo Sgalla non è tempo di brindare. «Dobbiamo uscire – ha commentato – dalla logica della contrapposizione tra ‘gufi’ e ‘salvatori della patria’. La crisi c’è, i dati che presentiamo oggi, insieme a quelli dell’Istat, di Confindustria e di svariati altri soggetti, lo dimostrano in maniera inequivocabile. E non basta un po’ di “doping occupazionale”, rappresentato dagli incentivi stanziati dal governo per le assunzioni a tempo indeterminato, ad invertire il trend. Quello che serve è prima di tutto un intervento d’emergenza, che, attraverso l’impegno di tutti, ci consenta di risolvere il maggior numero possibile di crisi presenti nella nostra mappa, e al tempo stesso un progetto di rilancio del sistema produttivo dell’Umbria».

Il rischio «Il rischio altrimenti – ha concluso – è che la nostra regione venga risucchiata sempre di più in quel pezzo di Italia centro-meridionale che, come spiegato molto bene nell’ultimo studio Svimez, è a rischio di crisi permanente e irreversibile. Dunque, l’idea di una legislatura regionale “aggressiva”, come recentemente dichiarato dalla presidente della Regione Catiuscia Marini, ci trova certamente d’accordo. Proponiamo di fissare obiettivi, concreti e misurabili, di creazione di buona occupazione, attraverso un impegno congiunto di tutti i soggetti economici e sociali dell’Umbria».

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