di Mauro Agostini

Desta un certo stupore, e anche una certa dose di preoccupazione, che le considerazioni svolte sull’economia regionale siano centrate quasi esclusivamente sulla Zes (per di più per un terzo dei comuni) e sull’andamento positivo del turismo. Due questioni di un certo rilievo ma nessuna delle due in grado di rappresentare, come pure si sente affermare, una svolta nell’andamento economico della nostra regione. Possono rappresentare due componenti positive all’interno di un programma di azione di largo respiro che può essere messo in campo in uno sforzo corale delle istituzioni e delle forze sindacali e imprenditoriali.

Sforzo corale che non ha niente a che vedere con accordi di carattere neocorporativo volti soltanto all’accaparramento di quote di risorse pubbliche. Ma piuttosto con l’onesta presa di coscienza che ciascuno deve portare il proprio contributo, e con la propria assunzione di responsabilità, di fronte al preoccupante scivolamento progressivo della qualità dell’assetto economico dell’Umbria. E anche della necessità che ciascun soggetto, pubblico e privato, ponga in primo luogo a sé stesso la domanda: quale Umbria vogliamo per il prossimo decennio? La retrocessione a “regione in transizione” e la Zes fotografano impietosamente il progressivo scivolamento verso il basso. Guai, se ci si fosse già acconciati all’idea che questo è ormai il perimetro di riferimento e non resta altro da fare che cercarsi un qualche spazio di comodità (o come si usa dire oggi “comfort zone”).  Sarebbe una dismissione di responsabilità delle classi dirigenti di fronte alla società regionale, un’abdicazione che peserebbe per generazioni e sulle generazioni.

Proviamo a individuare qualche elemento di riflessione. Partendo dall’aggiornamento congiunturale di Banca d’Italia che tiene in primo piano naturalmente gli aspetti di carattere congiunturale ma che in filigrana evidenzia anche sostanziosi elementi di debolezza strutturale. Di positivo emerge il dinamismo del mercato del lavoro, un sollievo del potere di acquisto delle famiglie attraverso la crescita dei consumi (nominale), la bella performance del turismo, la ripresa del mercato immobiliare. Bene. Ma basta grattare un po’ sotto la superficie e Banca d’Italia ci dice: «L’industria ha risentito della debolezza di fatturato e ordinativi, che si è estesa alla componente estera». Con una grave inversione dell’andamento dell’export regionale che regredisce in controtendenza con l’andamento nazionale.

Gli investimenti, già «a livelli di spesa modesti», vengono visti in ulteriore contrazione nel 2026, riscontrati dalla contrazione dei prestiti al comparto produttivo. L’edilizia a causa della fine degli incentivi ristagna. Il pil regionale cresce molto modestamente dello 0,6 per cento in linea con il dato nazionale. L’occupazione cresce in maniera sostenuta, ma si evidenzia anche la grande difficoltà delle professionalità elevate (giovani laureati) a trovare collocazione nella nostra regione a causa di una carenza di offerta. In altri termini le imprese non hanno bisogno di quelle professionalità perché si situano a un livello di specializzazione inferiore. Questo vale per l’industria e per i servizi avanzati. Non è difficile immaginare che la produttività, problema cruciale, già in decrescita non sia certamente in vista di una svolta. 

Mi sembra che anche questo Rapporto, pur di natura congiunturale, ci rappresenti una accentuazione delle debolezze strutturali della economia umbra. Lasciando intravvedere un futuro non certo roseo, fatto magari di tanto lavoro diffuso ma povero e dequalificato, esposto a qualsiasi vento della situazione globale. Un’Umbria che si acconcia a essere terra di attrazione per pensionati più o meno ricchi ma che dismette ogni ambizione di portarsi, attraverso l’innovazione e la digitalizzazione, con le sue imprese eccellenti nel vivo della competizione internazionale. Quelle “punte di freccia” che fanno da traino di interi cluster della manifattura e che richiedono servizi davvero avanzati.

Dobbiamo rassegnarci? Non credo, le energie ci sono, vanno messe a sistema. Ci sono oggi le condizioni, direi la necessità, che la Regione avvii la declinazione delle ispirazioni che in tema di sviluppo erano contenute nelle dichiarazioni programmatiche della presidente Stefania Proietti. La Commissione UE con una serie di provvedimenti tra aprile e settembre scorsi ha aperto la strada di una riprogrammazione di mid-term dei Fondi Fesr e Fse+. È l’occasione per non limitarsi a una rimodulazione finanziaria degli strumenti già esistenti, ma insieme a questo a ridefinire nuovi obiettivi tra quelli, appunto nuovi, individuati dalla Commissione.

Ne ricordo solo tre, la decarbonizzazione, l’housing sociale per il ceto medio, la transizione digitale. Se a questa massa di risorse si affianca un lavoro puntuale sullo stato di attuazione degli interventi del Pnrr, si può davvero costruire un «Quadro di programma» in cui si individuano con chiarezza gli obiettivi di fondo su cui chiamare tutte le forze economiche regionali a misurarsi senza infingimenti. Traguardando fin da ora gli assi di sviluppo su cui concentrare la programmazione dei Fondi Strutturali per la stagione 2028/2034. Si comincerebbe così a intravvedere il profilo dell’Umbria che vogliamo.  

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