di Daniele Bovi
Nell’ultimo anno, dal giugno 2011 al giugno 2012, le imprese umbre hanno ricevuto dalle banche 573 milioni di euro in meno. A dirlo è la Cgia di Mestre che giovedì ha diffuso un report sulla stretta creditizia basato sui dati della Banca d’Italia. I 573 milioni di cui sopra si traducono, in termini percentuali, in un meno 4,44% che è tra i dati peggiori in Italia dopo Molise (-6,68%), Sardegna (-5,15%) e Calabria (-5,11%). «E’ vero che è in calo anche la domanda di credito – sottolinea Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – tuttavia un crollo nelle erogazioni di queste dimensioni sta mettendo a dura prova la tenuta finanziaria soprattutto delle piccole e micro imprese». A preoccupare l’associazione degli artigiani mestrini c’è poi un altro dato che costituisce «una vera e propria anomalia tutta italiana», ovvero quello secondo il quale la stragrande maggioranza degli impieghi va al 10% delle imprese in capo alle quali, però, c’è anche l’80% delle sofferenze bancarie totali, ossia delle insolvenze complessive. «Insomma – tira le somme Bortolussi -, i soldi vanno a pochi che non sono per niente affidabili, penalizzando così la quasi totalità delle imprese, vale a dire l’altro 90%, che riceve le briciole, pur dimostrando di essere solvibile».
Impieghi e sofferenze In questo quadro l’Umbria non fa eccezione e i dati di Bankitalia al 30 settembre 2011 parlano chiaro. Dei 16 miliardi di finanziamenti per cassa (che costituiscono l’85% del totale erogato) prestati dalle banche in Umbria, il 69,5% è andato al 10% dei maggiori affidatari. Ovvero alle grandi imprese. Nell’ultimo anno, dal 30 settembre 2010 allo stesso giorno del 2011, la quota è rimasta sostanzialmente stabile calando di appena lo 0,3%. Tanta generosità però, come detto, non è ripagata da un’equivalente affidabilità. Sempre secondo i numeri di Bankitalia in capo a quel dieci per cento di big c’è il 76,4% del totale delle sofferenze, ovvero quelle linee di credito che le banche ormai non facilmente riusciranno a riscuotere. Tradotto in soldoni, qualcosa come un miliardo e 607 milioni di euro.
La congiuntura Dal fronte delle imprese, in questo caso da quelle aderenti a Confindustria che giovedì ha diffuso l’analisi congiunturale sul secondo trimestre condotta con un sondaggio tra gli associati, si parla di uno «spiraglio di luce che non autorizza ancora a coltivare la speranza di un anticipo di ripresa». Questa è prevista a partire, se mai, dalla seconda metà del prossimo anno. La situazione viene meglio affrontata solo da quelle realtà più grandi, con almeno 20 dipendenti, e che puntano sulle esportazioni. Stando alle risposte fornite dal campione di imprese (per l’80% esportatrici), il 16,5% sostiene di aver aumentato la produzione rispetto allo spesso periodo dell’anno scorso, mentre per il 42% è stata stabile e per un altro 42% in diminuzione. E se i dati mostrano un recupero rispetto al primo trimestre dell’anno, il quadro generale parla di una «stazionarietà sui bassi livelli dei precedenti periodi». Una situazione di maggior difficoltà è segnalata poi dalle imprese del comparto meccanico: per questo settore, infatti, «il persistere di un preoccupante vuoto di domanda ha finito quasi per svuotare il serbatoio degli ordinativi».
Bernardini: giù le tasse «I dati – commenta Umbro Bernardini, presidente di Confindustria Umbria – confermano purtroppo l’impossibilità per le aziende umbre di sottrarsi, nonostante tutti gli sforzi messi in atto per trovare nuovi sbocchi sui mercati ai loro prodotti, alle conseguenze del perdurare di una situazione di crisi generale dell’economia del Paese». «Le industrie locali – continua – risentono della debolezza della domanda interna: serve perciò intensificare le azioni volte ad accrescere la proiezione delle imprese umbre sui mercati esteri. Per scongiurare le previsioni che propendono per una ulteriore contrazione delladomanda, e quindi della produzione, per i prossimi mesi, appaiono sempre piùindispensabili misure del Governo, come l’alleggerimento del carico fiscale che grava su imprese e lavoratori, che, favorendo la ripresa della domanda interna e dei consumi,possano aiutare le imprese a imboccare il cammino della crescita».

