di Chiara Fabrizi
Almeno quindici licenziamenti per ristrutturazione aziendale. Questa la drammatica comunicazione fatta nei giorni scorsi dalla Coobec di Spoleto, realtà attiva da oltre 40 anni nel restauro dei beni culturali, ma da un paio di anni abbondanti alle prese con una crisi figlia prima di tutto del calo di commesse, fin qui tamponato con gli ammortizzatori sociali di cui hanno beneficiato la quarantina di professionisti soci della coop, tutti assunti a tempo indeterminato con contratti dell’edilizia.
Almeno 15 licenziamenti in Coobec La nuova emorragia occupazionale, che interessa un’azienda composta per lo più da maestranze donne e con età media di 40 anni, è stata denunciata sabato mattina dai sindacalisti di Fillea-Cgil Gianluca Menichini e Cristian Benedetti, al loro fianco le Rsa Debora Napolitano e Annalisa Bartoli. Per il momento i restauratori sono coperti fino al 5 gennaio dalla cassa integrazione, anche se sono al vaglio eventuali settimane residue per far slittare l’esubero messo sul tavolo e quindi la mobilità. «La situazione – dice Menichini – è grave non solo per il numero di licenziamenti, ma pure per lo smantellamento di un’azienda che ha finora rappresentato un vanto per l’Umbria».
Manutenzioni programmate su patrimonio inesistenti E infatti la Coobec in curriculum conta restauri e interventi di primissimo piano in regione, come Palazzo Trinci a Foligno e la Rocca albornoziana a Spoleto, ma anche in Italia, dove ha lavorato alla Valle dei Templi di Agrigento, alla Torre di Pisa e pure sulla Sacra Sindone. Gli anni di massima attività sono quelli seguiti al terremoto del 1997, dopodiché recuperata buona parte del patrimonio artistico e architettonico danneggiato dal sisma, enti locali e Mibact hanno chiuso i rubinetti: «Se il comparto pubblico – dicono Napolitano e Bartoli – introducesse le manutenzioni programmate anche per i beni culturali, che ne hanno bisogno e rappresentano un tassello fondamentale per l’economia turistica di questo paese, non avremmo eccellenze come la nostra costrette a licenziare professionalità per penuria di commesse».
Restauro beni culturali affidato a semplici ditte edili Ma il problema è anche un altro. Le aziende specializzate nel restauro dei beni culturali fanno i conti con una forte deregolamentazione del comparto edile e si trovano a competere con ditte di costruzioni civili a causa di gara pubbliche che non prevedono requisiti specifici, né esperienze pregresse. Il caso più eclatante, in questo senso, è quello del Colosseo dove lavori sono stati classificati come edilizia Og2, ossia la più generica nonostante si mettessero le mani sul monumento simbolo dell’Italia. Anche in casa nostra, comunque, non mancano scelte analoghe, come San Francesco al Prato di Perugia e la stessa Rocca albornoziana di Spoleto. Inutile dire che l’aggiudicazione secondo il massimo ribasso offerto è un altro tassello di un sistema che il sindacato non fatica a definire compromesso.
Appello alla Regione E così tra l’assenza di manutenzioni ordinarie programmate e la giunga del comparto edile, la Coobec di Spoleto si prepara a una ristrutturazione che prevede almeno 15 licenziamento, di cui sono già stati informati il sindaco Fabrizio Cardarelli, l’assessore regionale Fabio Paparelli e la governatrice Catiuscia Marini. Proprio alla Regione è rivolto l’appello di sindacalisti e Rsa: «Se Palazzo Donini – dicono – si assumesse degli impegni sul fronte del restauro dei beni culturali, potremmo andare in pressing sull’azienda e tentare di strappare garanzie sul fronte della tutela dei posti di lavoro e della salvaguardia delle professionalità».
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