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di Ivano Porfiri

«Una prognosi riservata. Come nei casi in cui l’organismo è duramente provato ma il cuore continua a battere». La fotografia scattata da Confindustria sull’economia umbra nell’analisi congiunturale sul secondo trimestre 2013 mostra un malato in letto di ospedale, se non in coma quasi, ma con il barlume di speranza che possa in qualche modo riprendersi. Riassorbito lo shock del primo trimestre, infatti, è sì qualcosa ma ancora troppo poco anche se in tempi di carestia ci si aggrappa anche a una goccia d’acqua che viene dal cielo. «La speranza – si legge – è sempre l’ultima a morire e con essa la capacità di resistere».

Europa che arranca Mentre qualcuno comincia a parlare di inizio di ripresa, in ambito internazionale ma anche dal governo, secondo Confindustria «il quadro congiunturale visto dall’Italia e dall’Umbria appare molto meno definito e come sempre traballante». Mentre nel mondo, infatti, prosegue l’espansione dei mercati emergenti (80% dell’aumento del Pil mondiale), gli Usa hanno ripreso a crescere e l’Europa arranca, «in Italia – dicono gli industriali – è ancora stringente il cappio della mancanza di credito e rimane prioritaria la problematica del pagamento degli arretrati della Pa: non sono poche, infatti, le imprese in difficoltà per il fatto di dover riscuotere somme importanti trovandosi nel contempo senza liquidità per adempiere agli obblighi fiscali».

L’Umbria ha capito In Umbria, riconosce Confindustria, «di recente si è preso atto, ai massimi livelli istituzionali, della gravità della situazione e degli effetti di instabilità che potrebbero derivare dal suo persistere. Le risorse messe in campo non saranno sufficienti a determinare una svolta ma contribuiranno almeno ad impedire, nei limiti del possibile, l’ulteriore aggravarsi delle condizioni di operatività delle imprese».

Strada ancora in salita Nonostante i giudizi ottimistici, nonostante alcuni incoraggianti segnali di ripresa e nonostante i pubblici pronunciamenti sulla necessità di difendere il patrimonio industriale del nostro Paese, le imprese umbre, così come quelle italiane, non vedono ancora il tradursi delle buone parole in ordinativi concreti, tali da dare il via ad un tangibile circuito virtuoso delle produzioni con effetti positivi su redditi e occupazione. Nel complesso del panorama industriale della regione, infatti, nonostante i numerosi casi che testimoniano una buona tenuta e capacità di controllo dei mercati di riferimento, anche alla fine del secondo trimestre del 2013 predominano «incertezza sul futuro e indecisione sulle iniziative da programmare nell’immediato».

Svolta ancora non c’è Guardando allo stato d’animo delle imprese umbre, la caduta del precedente trimestre è stata, di fatto riassorbita: lo conferma la risalita dell’indicatore congiunturale sopra l’asse dell’unità, ove si registra il prevalere delle imprese con buoni risultati. Su base tendenziale, però, il risultato è ancora deludente e ciò, ovviamente, non incoraggia ad osare più dell’indispensabile o dell’opportuno. Il messaggio che proviene dalle imprese aderenti a Confindustria Umbria è piuttosto chiaro: «Se c’è una svolta è rispetto ai pessimi risultati denunciati nel precedente primo trimestre. Rispetto a un anno fa, invece, il miglioramento appare marginale. Ancora piuttosto consistente è la parte di imprese che si ritiene al di sotto dei livelli produttivi dell’anno precedente, già di per sé non esaltanti».

Qualche segnale di miglioramento Nel dettaglio il confronto della dinamica congiunturale con il precedente primo trimestre del 2013 evidenzia che: è di gran lunga più robusta la quota delle imprese che dichiarano aumenti di produzione rispetto al trimestre precedente: erano il 24,4% nei primi tre mesi dell’anno e sono ora il 30,7%; tra queste ultime vi è anche l’8% di imprese che comunicano di avere registrato incrementi di produzione sostanziosi (oltre il 5%) mentre in precedenza tale quota si fermava sulla soglia del 6,4%; cresce anche la quota di imprese stabili: erano il 34,6% nella precedente rilevazione e sono salite ora al 42,7%.

Tanti ancora in difficoltà Va però ricordato che l’area della stabilità include anche una parte di imprese che non hanno ulteriormente ridotto ma neanche aumentato i livelli di produzione rispetto al precedente trimestre; ancora cospicua, per quanto sensibilmente ridotta, è la quota di imprese con contrazione dei livelli di produzione: erano il 41% tre mesi fa e sono ora il 26,6%. Una modesta parte è coperta dalle imprese con gravi riduzione di produzione (oltre il 5%) le quali sono ora solo l’8% del totale. La dinamica tendenziale ripropone un profilo analogo ma con valori meno spiccati, indicativi del persistere di sentimenti di disagio e di incertezza ancora piuttosto pronunciati se il 45,3% delle imprese intervistate si trova ad aver addirittura peggiorato la propria situazione rispetto ad un anno fa.

La congiuntura e i settori produttivi Le imprese che nel secondo trimestre sono riuscite comunque ad espandere la produzione sono, come si è detto, il 30,7 del totale delle imprese che hanno partecipato all’indagine. Ovviamente tale misura non è la stessa per tutti i settori e addirittura ve ne è uno, quello della meccanica, per il quale si rileva che il numero di imprese in espansione è stato minore di quello osservato nel precedente primo trimestre dell’anno in corso. La quota più alta di imprese in espansione è di pertinenza del comparto alimentare. Tuttavia è il comparto della lavorazione dei minerali non metalliferi a far registrare, da un trimestre all’altro, il balzo più grande: dal 9,1% nel primo al 44,4% nel secondo trimestre 2013.

Terni è messa peggio Si evidenzia poi una certa differenza nella misura in cui le due province umbre si suddividono il contributo all’aumento complessivo di produzione da un trimestre all’altro. D’altra parte, la consistente presenza nell’area ternana di imprese meccaniche può ben spiegare, viste le differenti performance dei settori, le differenze tra le due province. Insieme ai risultati immediati, tuttavia, a determinare l’umore degli imprenditori e il colore delle aspettative delle imprese è la misura degli scarti tendenziali, ovvero il segno dei risultati conseguiti a distanza di un anno. E’ ancora molto cospicua la quota delle imprese ternane che dichiarano  contrazioni produttive molto rilevanti (-5% e oltre): sono il quadruplo di quelle rilevate in provincia di Perugia e in tal modo condizionano sia il quadro specifico dell’area sia il quadro finale dell’analisi.

Cosa deve fare la Regione Una prognosi riservata, dunque. Per Confindustria, «si conferma la necessità che gli impegni manifestati da Regione ed enti collegati e le risorse individuate a valere su fondi europei o su somme raccolte tra le pieghe del bilancio regionale si muovano in sintonia al fine di certificare nei fatti la bontà delle intenzioni e con ciò indicare alle imprese che, qualora una ripresa dovesse davvero affacciarsi, esse non saranno comunque lasciate sole. Per riprendere la via dello sviluppo le gambe delle aziende non sono sufficienti».