Susanna Camusso e, sullo sfondo, Giorgio Raggi (Foto F.Troccoli)

di Ivano Porfiri

Sembrava si fosse rivoltato il mondo, ad Assisi, con la Cgil a parlare di crescita come presupposto del rilancio occupazionale e taglio dell’Irap, mentre alcuni primi calibri del mondo imprenditoriale regionale sostenevano la necessità di superare la precarietà e di rimodulare i tempi di lavoro.

Confronto vero Ridurre tuttavia così il confronto su Andare oltre la crisi, organizzato all’hotel Cenacolo dal sindacato umbro, sarebbe semplicistico. Il giro di tavolo è stato franco e non banale e il senso che ne è scaturito è stato ben riassunto dal segretario nazionale della Cgil, Susanna Camusso: «C’è un paese reale che si confronta sui problemi, ne discute, si contrappone ma vuole risolverli e c’è una rappresentazione da film data dalla politica, da un governo che parla solo dei suoi problemi e in economia offre slogan e annunci vuoti, per poi attaccare i diritti dei lavoratori».

Bravi: lavoratori umbri in Marcia Di necessità di crescita ha parlato il segretario regionale della Cgil, Mario Bravi. «Siamo in piena crisi – ha detto – e l’Umbria è messa peggio di altre regioni con 10 mila cassintegrati a zero ore». Per Bravi in questo contesto «la lotta al sommerso è una priorità, parte integrante del piano triennale per il lavoro su cui la regione sta lavorando». Un piano in cui deve essere contemplata la concertazione per dare risposte al territorio sulle emergenze come il lavoro per giovani e donne. Un confronto che deve restare aperto anche con le multinazionali. Bravi ha ribadito il suo «no al modello Marchionne», mentre ha sollecitato un impegno nazionale sulle grandi vertenze aperte in Umbria: dalla Basell alla Merloni, dando poi appuntamento al 2 aprile per la “Marcia Regionale lavoro” ad Assisi. Un modo, ha detto, per «rompere con la rassegnazione».

Raggi come Latouche Uno dei punti con cui la visione della Cgil ha combaciato con quella del mondo produttivo è sulla necessità di rivedere gli stili di vita. Ad esempio, contrastando la tendenza all’estensione del lavoro domenicale nei centri commerciali. Su questo tema, il numero uno di Coop Centro Italia, Giorgio Raggi, è sembrato il Serge Latouche, portabandiera della “Teoria della decrescita”. «Siamo ancora profondamente dentro la crisi – ha detto Raggi – anche i consumi alimentari sono calati e sui cittadini sta per abbattersi una batosta rappresentata da una significativa ripresa dell’inflazione non accompagnata da una ripresa economica». Per Raggi «bisogna rassegnarsi: il modello del consumismo senza fine non tornerà più», quindi «è illusorio tenere aperti di più i negozi per far spendere la gente: vanno invece creati nuovi stili di consumo basati sulla sobrietà e occorre puntare sull’etica di impresa». Perciò «la chiusura dei negozi nei giorni festivi deve assecondare questi stili: la domenica è per lo svago, la religione per chi crede». Quindi Raggi ha attaccato i vertici della sua stessa categoria, le cooperative, «quando pensano che siamo come le altre imprese, quando vogliono gli accordi separati, quando non dicono che sul 17 marzo ha ragione Napolitano. Se non avremo il coraggio di rilanciare una diversa etica su cui si basa da sempre la cooperazione – ha concluso – faremo vincere questo dilagante oscurantismo pseudo-modernista».

Colaiacovo: ricalibrare il modello produttivo Per l’amministratore delegato della Colacem, Carlo Colaiacovo, l’Umbria sta affrontando la crisi più grave che si ricordi. «Alla fine della crisi saremo diversi – ha detto – anche nella organizzazione imprenditoriale del paese. Non è pensabile che fabbriche di nuova costruzione possano produrre al 60% delle loro capacità produttive. Ci deve essere una razionalizzazione del sistema e dell’organizzazione del lavoro e prima viene meglio è, anche se produrrà effetti negativi anche nel campo del lavoro. Non si tratta di essere un imprenditore buono o cattivo, ma di fare scelte». E in questa crisi, che è soprattutto una «crisi del credito», anche «il pubblico che non fa fronte a pagamenti, manda l’imprenditoria ancora più in crisi».

Toia: servono le infrastrutture Il punto di vista delle multinazionali presenti in Umbria è stato portato dal responsabile relazioni industriali di Nestlé Italia, Gianluigi Toia. «Noi nel 2002 esportavamo il 10%, nel 2010 il 40% e questo ci ha permesso di affrontare la crisi in modo adeguato». Toia ha rivendicato l’accordo con cui nel 2002 Nestlé ha stabilizzato 400 lavoratori pur con contratti part-time. «Si è rivelata una scelta giusta quella di puntare sul primato della contrattazione e delle relazioni sindacali. Questo ci ha permesso, ad esempio, anche di avere zero infortuni a San Sisto nell’ultimo anno». Invece, Toia si è scagliato contro la politica che non accompagna lo sviluppo del territorio. Soprattutto in tema di infrastrutture e si è ritrovato ad applaudire Susanna Camusso quando il segretario Cgil attaccava il «federalismo centralista» che, a suo dire, «a parole punta sul territorio e poi nei fatti impedisce di realizzare strade e ferrovie perché preferisce la demagogia delle opere faraoniche che non si realizzeranno mai».

Rossi: tutti i fondi per il lavoro Da parte delle istituzioni, l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Gianluca Rossi ha attaccato duramente il governo che «lascia soli gli enti locali». «Da parte nostra – ha detto – immetteremo decine milioni euro per le politiche industriali e le politiche del lavoro. Destineremo tutta la parte finale della programmazione del Fondo sociale europeo in accordo con le Province a sostegno dell’occupazione, giovanile, femminile e sulla lotta al precariato». A sorpresa Rossi, dopo mesi che se ne parla, ha frenato sul taglio mirato dell’Irap. «In Umbria o lo facciamo destinandovi almeno 10 milioni o non serve a niente. Vedremo – ha concluso – se sarà questa o un’altra la scelta giusta per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione».

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