di Mar. Ros.
Tempo di stop produttivo all’acciaieria Arvedi-Ast di Terni; nulla di nuovo sotto il sole: lo stabilimento di viale Brin, come di consueto nel mese di agosto, anche quest’anno subirà una fermata di qualche settimana. Per quanto sin qui comunicato alla Rappresentanza sindacale unitaria di Fim, Fiom, Fismic, Ugl e Uilm, l’interruzione del lavoro, diversa da reparto a reparto, non supererà in nessun caso le tre settimane; una in più rispetto alle previsioni di maggio. Tuttavia, per alcuni impianti, la durata dello stop è ancora in via di definizione e per il sorvegliato speciale (Tubificio) è atteso a giorni un incontro specifico per sciogliere i numerosi nodi che ne caratterizzano il periodo.
Crisi inox Giunti oltre la metà del 2024, e ancora in attesa che il tanto decantato Accordo di programma sia sottoscritto e garantisca all’imprenditore di Cremona, Giovanni Arvedi, quanto promesso dalle istituzioni, Augusto Magliocchetti di Federmanager Terni, porta l’attenzione sull’andamento del mercato dell’inox. L’esperto di siderurgia non ha remore a parlare di crisi in tutta Europa.
La forza dell’Asia «Ciò che è accaduto per il carbonio – fa notare – sta avvenendo anche nel settore dell’inox dove il peso dell’Europa si è ridimensionato passando, in termini di volumi prodotti, dal 17% del 2015 al 10% del 2023 (fonte Eurofer). Oltre ai volumi, il decremento ha riguardato sia l’export l’import ed il consumo interno certificando una situazione di crisi. Nel 2023 la bilancia commerciale italiana verso paesi extra è stata negativa di 249mila tonnellate quasi tutte appannaggio dei prodotti piani (-259 mila tons) mentre ha retto per lingotti, vergelle e barre inox».
Economia «Quanto ai prezzi dell’inox sul mercato nazionale, lo Stainless Steel Index (l’indice di siderweb che condensa l’andamento dei prodotti finiti in acciaio inox in Italia) è in calo pressoché costante dai massimi toccati nel 2022. Tuttavia, almeno nel primo semestre 2024, le quotazioni restano ancora superiori alla media degli anni precedenti di qualche centinaio di euro alla tonnellata. Secondo i dati diffusi dalla worldstainless, nel 2023 la produzione mondiale di acciaio inox è salita del 4,6% rispetto all’anno prima, arrivando a 58,4 milioni di tonnellate. Nel 2022, la bilancia si era fermata a 55,8 milioni; nel 2021 erano stati sfornati 58,3 milioni. Si è dunque tornati, lo scorso anno, sui livelli del rimbalzo post-Covid. Questo incremento ha, però, due soli vincitori la Cina e l’Indonesia».
Arvedi-Ast E non sfugge come proprio dall’Indonesia continuino ad arrivare anche a Terni le bramme, semilavorati da avviare al processo di laminazione; la soluzione adottata avrebbe costi inferiori a quelli della produzione diretta interna. In questo senso, oltre la spesa energetica che per stessa ammissione del management, pesa clamorosamente sui bilanci dell’azienda, va considerato l’approvvigionamento di rottame. Magliocchetti parla di «scollegamento tra l’andamento del mercato e quello del prezzo del rottame negli ultimi mesi. Le quotazioni di quasi tutte le categorie sembrano essere diventate elementi indipendenti, mentre in passato erano molto più connesse. Tale criticità appare anche dai dati dell’import e dell’export normalmente negativi ma che evidenziano numeri positivi per l’export di rottame e l’import di bramme confermando che il rottame italiano prende strade diverse dalle destinazioni nazionali ed europee e che per gli acciaieri e rirollers sta diventando conveniente importare bramme asiatiche che hanno costi per tonnellata allineati (o inferiori) a quelli del rottame».
Acciaio Considerazioni che, inveitabilmente riportano al tema della strategicità dell’acciaio per l’Italia. Se ne è parlato recentemente in Parlamento; ad esempio alla Camera, per bocca della deputata Emma Pavanelli, intervenendo in discussione sul decreto recante anche misure per le imprese strategiche: «Ma l’acciaio, per questa maggioranza, è o non è un asset strategico nazionale? Lo chiedo perché di fronte a certe misure, ad oggi non è chiaro. Da quanto ricordo, lo era almeno fino alla scorsa legislatura e dovrebbe esserlo a maggior ragione oggi, anche in considerazione del decreto attualmente in Commissione attività
produttive sulle materie prime critiche di interesse strategico. Quindi, se l’acciaio è un
asset strategico nazionale, perché ci si oppone alla transizione ecologica in questo settore?»
Emma Pavanelli «Colposamente o dolosamente – prosegue la deputata del M5s -, la maggioranza continua a non voler comprendere che la riconversione di centinaia di aziende, anche operanti in quest’ambito, genererebbe effetti positivi sull’ambiente, sulla salute dei cittadini e anche sull’occupazione. Tuttavia, questo decreto affida alla decretazione d’urgenza persino un tema così articolato come quello del sostegno del lavoro in agricoltura, mentre, in un primo momento, era stata addirittura tralasciata la vera urgenza, che riguarda il continuo e incontrastato sfruttamento della manodopera a basso costo in ambito agricolo». È la stessa Pavanelli a parlare di smarrimento, disorientamento del governo sul tema della strategicità dell’acciaio come asset per il Paese.
