di Sara Michelucci
«È la novella più filosofica di Pirandello, dove si enuncia la sua visione del mondo e dell’essere umano». Così Gabriele Lavia racconta a Umbria24, affondando in una poltrona del teatro Secci di Terni, lo spettacolo ‘La Trappola’, che lo scorso 24 aprile ha chiuso la stagione di prosa 2013. «Una visione – continua Lavia – fortemente appoggiata sulla figura e sul pensiero di Nietzsche, ma parlando di Pirandello non è una novità. Da un pezzo avevo l’idea di ‘cavare’ fuori da questa novella uno spettacolo teatrale, che si conclude proprio qui a Terni. Anche se, me lo lasci dire, questo non è un teatro adatto», aggiunge con tono polemico.
Il teatro Ma c’è più Lavia o più Pirandello in questo lavoro? «C’è decisamente Pirandello. Anche se il teatro è fatto dagli uomini e non credo in un teatro degli autori, bensì in un teatro degli attori. Sono loro i veri protagonisti. Ma, purtroppo, nella nostra cultura siamo abituati a considerare il teatro un autore che scrive e anche la filosofia, da parte sua, non considera il teatro, non considera l’attore come artista».
La filosofia E se neppure la filosofia considera il teatro, figurarsi la società contemporanea, verrebbe da pensare. «Ma la società attuale, poverina, non può comprenderlo», aggiunge ironico. «Man mano che il mondo progredisce da un punto di vista tecnico-scientifico, regredisce da quello dell’anima. Se penso all’acqua solo come la formula H2o, allora non potrò mai capire un verso come ‘Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna’. Per questo sostengo che la scienza e la fede sono la fine del pensiero, perché non posso più pensare a una cosa se ho già una sua definizione coniata dall’esterno. E la società occidentale si è tolta la capacità di poter pensare».
La televisione Nella novella di Pirandello, il pensiero, le donne, il venire al mondo e il corpo stesso sono trappole. E ogni forma è la morte. Qual è, invece, la trappola per Lavia? «Il teatro è la mia trappola. La preparazione, lo studio di pezzi difficilissimi e la voglia di portarli sul palcoscenico al meglio mi intrappolano. E la trappola non è mai una cosa positiva». Lei ha fatto anche cinema e televisione, ma possiamo dire che il teatro resta la sua vera passione? «Fare il cinema è bellissimo, perché ha a che fare con l’avventura. Il problema è che ormai ci sono troppi film, siamo assuefatti e per questo il cinema è morto. Sulla televisione, invece, stenderei un velo pietoso».
I tagli alla cultura Lei è considerato una delle figure più rappresentative del teatro italiano. Che cosa si augura per questo settore, anche alla luce dei tagli alla cultura? «Se la filosofia non ha capito nulla del teatro, mi deve dire come possa la politica capirci qualcosa. Tutto il nostro paese è stato rovinato dalle tv private, dalla tv di stato che si è accodata a queste. Non si tratta di fare bella o brutta televisione, il problema è vedere, soprattutto nei talk show politici, delle maschere che fanno la loro rappresentazione. E questo, me lo lasci dire, è uno spettacolo avvilente. Il teatro ha, invece, un’importanza storica. L’uomo nasce nel teatro con la prima messa in scena dell’Edipo Re, il punto più alto della rappresentazione dell’essere umano che ha una ragione. Il teatro fa sì che l’uomo prenda coscienza di chi egli sia. Nemmeno dio è così importante».
Profetico Nel 2011 Lavia ha partecipato allo spettacolo Italialand di Crozza, interpretando la morte che va a prendere Bersani e con cui poi giocherà a scacchi. Possiamo dire che non ha portato proprio bene al leader del Pd, politicamente parlando? «Non pensavo di essere così profetico. Ma forse la sinistra deve ripensare se stessa», conclude, accennando un sorriso.
