Thyssen

di Noemi Matteucci

«Se mi chiedi se penso alla persona che ero prima, beh, non ci penso mai a quella persona»: arriva sin dal primo minuto di spettacolo la mistificazione della realtà di Thyssen, interpretazione-monologo di una lucida follia, performance tutta umbra di e con Carolina Balucani, per la regia di Marco Plini, ispirata dalle vicende di esuberi e di morte che hanno riguardato il gruppo tedesco dell’acciaio a Terni e Torino.

Il bonus e poi in piscina A parlare è un ex operaio della fabbrica, uno di quelli che hanno accettato il ‘bonus’, l’incentivo all’esodo in cui vedeva prospettive di una vita felice e che gli ha permesso di costruire una piscina, divenuta sua dimora giorno e notte, dove rivive continuamente e ai limiti dell’ossessione la vita precedente trascorsa in fabbrica. Con lui, nell’acqua, solo paperelle di plastica. Nella sua mente, solo il gigante d’acciaio che «dall’età di 18 anni» era diventato presenza importante del quotidiano e che ancora oggi tormenta l’ex operaio, il quale ricomincia ogni giornata facendo a se stesso la promessa di dimenticarlo una volta per tutte.

Distorsione della realtà La vita in piscina è sicura, «qui si tocca e lì c’è l’acqua alta, e se non voglio non ci vado sull’acqua alta» e le giornate si passano tranquillamente a nuotare «era quello che ti piaceva fare», ci si ferma ad ascoltare i rumori, a guardare il tramonto, a raccontare del suo trascorso attraverso le voci della fiaba di Hansel e Gretel. In ogni momento, però, il male di vivere riaffiora forte e chiaro ed è lì che l’operaio, nonostante i continui tentativi di mistificazione della realtà, nonostante il suo voler affermare a tutti i costi che la sua è la condizione ideale, esplode in crisi di odio e urla contro il tradimento ricevuto dalla fabbrica, «che ha deciso di dargli i soldi per mandarlo via, come un numero, e non vederlo mai più».

Esuberi e morti Le paperelle in acqua non sono solo il trastullo dell’operaio ma, come i suoni che arrivano e fanno da sottofondo alla città, anche il suo ricordo più doloroso, che lo porta dritto alla fabbrica. Contare le paperelle non è un passatempo, ma diventa momento di rivivere, uno ad uno, i 290 esuberi della Tk-Ast, quindi i 7 morti del rogo Thyssen di Torino, perché «il guardiano ha detto a 7 paperelle di giocare all’incendio […] ma non si può giocare all’incendio senza estintore, […] quelli che muoiono sono 7 figli, e hanno 7 mamme che ora li vanno a trovare al cimitero».

Un amore mai finito Finge di aver ritrovato la vita che voleva, l’operaio che ha scelto il bonus per uscire dalle acciaierie, ma non si dà pace per averlo fatto, non trova consolazione all’aver abbandonato quella grande realtà che aveva nutrito in lui speranze, sogni e progetti e che poi lo ha tradito, decidendo di mandarlo via: «se mi chiedessi di tornare – confessa a chi gli ha dato e tolto la vita – io lo farei». Splende, sul palco, Carolina Balucani, intensa nella sua presenza, che regala fin dal primo momento al pubblico la sua capacità intrinseca e apparentemente naturale di ‘sparire fisicamente’ per lasciare posto solo ai viaggi della mente, mostrando agli spettatori un film a tutto schermo di una lucida e tragica follia in cui, anche volendolo, è ormai persa ogni speranza di tornare sui passi fatti.

Le repliche dello spettacolo saranno in programmazione allo Studio 1 del Caos fino all’11 ottobre.

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