di Noemi Matteucci

Poche mura grigie, sempre le stesse. Un solo abito sudicio e senza colori, sempre quello. Cancelli chiusi a chiave, il lettino per l’ettroshock, grandi finestre sempre chiuse. E le urla di una realtà tragica, quella del manicomio, prima che la legge Basaglia intervenisse a modificare i metodi delle cure psichiatriche nel 1978. È questa la cornice di La pazza della porta accanto, pièce del Teatro stabile dell’Umbria in programma nella stagione di prosa 2016 del teatro Secci di Terni.

Ingresso e perdita dell’identità Alda Merini entra nel manicomio ‘Paolo Plini’ a soli 36 anni, dopo una diagnosi per schizofrenia, pensando di sottoporsi a una visita per poi tornare a casa, ma il medico dell’istituto la invita a sfilarsi tutti gli abiti per indossare la vestaglia «senza colori» che la accompagnerà nel lungo percorso di internamento dove la donna, privata di ogni libertà e identità, sottoposta a terapia farmacologica forzata, elettroshock e bagni freddi («Ci avete trattato come le bestie») cerca di trovare un barlume di felicità in quei luoghi tetri: «Indosserò questi muri – dice – come fossero un vestito di festa».

Le parole e l’amore Sono due gli elementi che aiutano la Merini a sopportare la prigione del manicomio: la poesia e l’amore. La sua poesia è in grado di condurla a un livello quasi superiore di percezione di un mondo in cui ogni personalità è tristemente azzerata, condannata a un’esistenza infarcita di regole, priva di gioie e di capacità decisionale: lo stesso direttore dell’istituto, che vede in lei la preziosa dote della scrittura, le regala un taccuino e cerca di strapparle la promessa di «non smettere mai di scrivere». Alla poesia si aggiunge l’intensa e tragica storia d’amore di Alda Merini con Pierre, altro paziente internato e sottrattole attraverso lobotomia, da cui ha un figlio che i due non vedranno mai.

L’intensità della follia a teatro Se una storia come quella di Alda Merini merita di essere raccontata, merita certamente anche di essere rappresentata con la giusta intensità. Intensità che la protagonista Anna Foglietta riesce a trasmettere in tutta la follia e la fragilità di una donna privata del suo mondo, ma mai della sua anima. L’atto unico per la regia di Alessandro Gassmann scorre fra la forza dei versi originali scritti dalla poetessa e la debole figura della paziente internata. smagrita e incurvata dal disagio mentale, che alterna picchi emotivi e sentimentali calcando le righe di un copione tristemente vero, quello del manicomio-ghetto dove i più deboli venivano considerati alla stregua di cavie da laboratorio.

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