di Giorgia Olivieri
Le celebrazioni per il Cinquecentenario della morte di Pietro Vannucci non si esauriscono. Fondazione Perugia e Fondazione Burri si uniscono in una mostra che avvicina l’arte del Perugino a quella di Burri. L’esposizione Nero Perugino/Burri sarà allestita nel piano nobile di palazzo Baldeschi dal 21 giugno al 2 ottobre. «L’intento – è stato spiegato mercoledì nel corso di una conferenza stampa convocata per presentare l’evento – è quello di creare un interesse che possa generare un turismo di esplorazione dagli ex Seccatoi di Città di Castello, alla Galleria nazionale, al Trasimeno».
Sensibilità affini I due maestri dell’Umbria si incontrano in «un’esperienza da brivido» secondo la curatrice Vittoria Garibaldi. Il filo conduttore dell’esposizione sarà il nero: «Questo incontro nasce perché del Perugino – continua Garibaldi – mi ha incuriosita il fondo non usuale. Il Vannucci, andato a Venezia, è rimasto colpito dal nero dei fiamminghi». La curatrice, scherzosamente, sottolinea di aver pensato, in un primo momento, di accostare l’artista al Bacio Perugina: «Ci sarebbe voluto un fondente 99 per cento per essere nero». Burri e Perugino «sono due artisti che parlano la stessa lingua, se si fossero conosciuti, credo che sarebbero andati all’osteria insieme», sorride la curatrice. Le loro «sensibilità personali li uniscono, hanno un modo di pensare molto vicino, non so chi è più moderno dei due. La sensibilità verso il buio, la luce, la forma, la materia», continua Garibaldi. L’accostamento dei due artisti è funzionale anche a «restituire a Burri un ruolo più centrale nella regione». Come precisa il direttore della Fondazione Burri, Bruno Corà, «Burri non nobilita Perugino e viceversa, sono entrambi pacifici, non hanno bisogno di sostegno, ma vederli insieme dimostra che l’Umbria è terra di maestri».

«L’allestimento nasce con l’intenzione di valorizzare la tavola della Madonna col bambino e due cherubini di Perugino»
Vittoria Garibaldi, curatrice della mostra
Progetto sperimentale L’allestimento nasce con l’intenzione di valorizzare la tavola della Madonna col bambino e due cherubini di Perugino, parte della collezione di Fondazione Perugia. La tavoletta, spiega Garibaldi, «presenta dei fori laterali, indice di un utilizzo per fini di devozione popolare, probabilmente come trittico da viaggio con ante per il trasporto». La tavoletta, inoltre, è strettamente legata a un’opera fondamentale lasciata a Perugia dal Vannucci: la Pala dei decemviri. Come racconta la curatrice, la prima idea di questo progetto si focalizzava sull’uso del nero in Perugino, «poi ci siamo chiesti perché limitarci». La presidente di Fondazione Perugia, Cristina Colaiacovo, parla di Nero Perugino/Burri come di una prosecuzione di Il meglio maestro d’Italia. In questo «progetto sperimentale», Fondazione Perugia e Fondazione Burri collaborano per «celebrare Perugino durante tutto l’anno»: non mancheranno conferenze e momenti di approfondimento. La mostra nasce anche come spunto per andare nei luoghi e approfondire: «L’intento è quello di creare un turismo di esplorazione dagli ex Seccatoi alla Galleria fino al Trasimeno». Infatti, conclude Colaiacovo, «abbiamo previsto un biglietto unico per Nero e per visitare la Fondazione Burri, a palazzo Albizzini e agli ex essiccatoi».

Nero come denominatore Per la Fondazione Burri, questo è «un anno all’insegna del nero – dice Corà – a partire dalla mostra sull’ombra che abbiamo allestito per le persone non vedenti». Per questa collaborazione all’insegna del nero, «nessuno poteva avere una vocazione tanto analoga quanto Burri. Il nero è il nostro denominatore comune, e i neri di Burri sono pieni d’attributi». La collaborazione con la Fondazione Burri ha permesso di ospitare a Perugia le opere dell’artista tifernate, insieme a importanti prestiti di prestigiosi musei, a partire dalla Galleria nazionale dell’Umbria fino alla Galleria degli Uffizi e al Museo del Louvre. Il senso di continuità al centro della mostra nasce anche dalla passione di Burri per l’arte rinascimentale: «I due maestri sono compatibili perché vivono della stessa sostanza», sottolinea Corà. Infine, il presidente ricorda che «l’arte ha un solo presente, che è eterno, ed è tutta contemporanea, perché siamo noi, i viventi, che apprezziamo l’arte di tutti i tempi, quindi l’arte non conosce barriere temporali».
