di Iv. Por.

«Giù le mani da Machiavelli e dalla mostra di Perugia». Non ci sta il professor Alessandro Campi, tra i curatori della mostra e proprietario del ritratto di Machiavelli aspramente criticato dal critico Massimo Firpo, domenica scorsa, sulle colonne del Sole 24 Ore. Una replica lunga e articolata affidata a due pagine corredate di foto sul Giornale dell’Umbria.

LE IMMAGINI DELLA MOSTRA

Lui è l’Accademia Campi parte con una nota biografica sua e di Firpo, identificando il suo “rivale” con l’Accademia degli intellettuali di sinistra e se stesso «di destra, dunque un po’ puzzone e cialtrone, di quelli che nella Repubblica delle Lettere possono ambire, al massimo, a un posto in decima fila». Dopo aver tacciato di provincialismo perugino le testate locali come la nostra che avrebbero dato eccessivo risalto nei titoli alle critiche di Firpo (ma poi chissà perché provincialismo, forse sarebbe stato più “metropolitano” ignorare la posizione di Firpo solo perché critica una mostra organizzata a Perugia?), Campi rivendica la sua competenza nell’ambito degli studi sul Machiavelli: «in materia di iconografia del medesimo mi considero un’autorità». Ma soprattutto si pone da scudo contro chi tenta di «gettare schizzetti di fango, senza solidi argomenti, su una mostra che a me e ai miei colleghi curatori è costata una grande fatica organizzativa» e che «sta incontrando un grande successo di pubblico e che per gli Umbri, visto i temi che tratta, dovrebbe essere motivo di curiosità e persino di vanto».

La difesa Scendendo nel concreto della polemica, Campi sottolinea come la vera contesa sia quella tra Firpo e Strinati (storico dell’arte estensore della scheda sull’opera inserita nel catalogo, il quale ha attribuito il ritratto di Machiavelli a un collaboratore del Vasari). Il prof perugino contesta a Firpo di non aver neppure visto l’opera ‘de visu’ bensì attraverso una fotografia «che io stesso gli ho cortesemente fornito». Quindi, al di là degli opinabili giudizi estetici («bello e brutto in campo artistico sono categorie estetiche primitive, meramente soggettive e impressionistiche come i ‘like’ su facebook»), si sofferma sull’accusa che si tratti di un’opera postuma e non datata. Pur dando per buono che si tratti di una copia secentesca «toglie qualcosa – chiede Campi – al fatto che ho comunque scoperto un ritratto di Machiavelli sino ad oggi sconosciuto? Quelli storici erano cinque e oggi sono sei. Vi sembra poco dal punto di vista documentario? Peraltro questa tavoletta, brutta o bella che sia, stava negli Stati Uniti (dove l’ha acquistata tramite ebay, ndr) e io l’ho riportata in Italia. Non chiedo che mi si dica grazie, ma nemmeno che mi si getti un gatto morto sotto l’auto, come lamentava Marchionne nella caricatura di Crozza». Sul soggetto, poi, Campi è certo, contrariamente a Firpo, che si tratti di Machiavelli: «la somiglianza con gli altri ritratti della linea gioviana, il nome sulla tavola e gli abiti: tre indizi fanno una prova».

Invidia e risentimento Sulla mostra la difesa è a spada tratta dato che nel catalogo su 590 pagine solo 10 sono dedicate al ritratto che (pur essendo «una scoperta e un inedito, anche se Firpo non riesce a capacitarsene») è stato usato solo come «veicolo promozionale». Non avendo visitato la mostra, dunque, per Campi, «Firpo ha davvero lavorato su fonti di seconda mano». Infine, il curatore si sofferma sui presunti motivi che avrebbero innescato l’attacco del suo rivale. «La verità – scrive – è che in questi due anni di celebrazioni machiavelliane mi sono fatto, nei ranghi dell’Accademia italiana, non pochi nemici (beninteso, tutti meritati)». E ancora: «vorrei essere buono a pensare che Firpo sia stato mosso, come mi ha scritto in privato, solo da una sorta di indignazione intellettuale». «Diciamo – aggiunge – per essere clementi, che Firpo si è fatto prendere la mano: ha nascosto quei sentimenti assai umani che sono l’invidia e il risentimento (e che nel mondo universitario abbondano come la gramigna nei campi incolti) dietro una disputa scientifica che per quello che mi riguarda lascia davvero il tempo che trova».

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