di Maurizio Troccoli
Per quanto sia tra i santi maggiormente raffigurati, di San Francesco riusciamo a immaginare il suo corpo e il suo volto, ma solo per come è stato raccontato. Non avendo, nessuno, provato a ritrarlo mentre era in vita.
Ricostruire le sembianze fisiche di San Francesco d’Assisi è un’operazione complessa, che può contare solo su una combinazione di testimonianze scritte coeve e prime raffigurazioni pittoriche nate all’interno dell’Ordine francescano. La fonte principale resta il racconto del suo primo biografo, Tommaso da Celano, autore della ‘Vita prima’, redatta tra il 1228 e il 1229, a due anni dalla morte del santo.

Tommaso da Celano, che conobbe personalmente Francesco, ne offre una descrizione fisica asciutta ma significativa. La fonte principale è la «Vita Prima» scritta tra il 1228 e il 1229, pochi anni dopo la morte di Francesco (1226). Celano, che l’ha incontrato in diverse occasioni, lo descrive come uomo di statura modesta e corporatura minuta, con volto allungato, carnagione scura, occhi profondi e barba rada. Questi tratti, pur semplici, restituiscono l’immagine di un uomo comune, coerente con la sua scelta di povertà e ascetismo.

Sul piano figurativo, la rappresentazione più antica e ritenuta vicina all’immagine reale del santo si trova nel Sacro Speco di Subiaco, un monastero costruito attorno a una grotta naturale nella provincia di Roma, sui Monti Simbruini, a circa 600 metri di altitudine. Non ci sono fonti certe sull’autore dell’affresco di San Francesco nel Sacro Speco di Subiaco. Gli storici concordano sul fatto che l’opera sia datata intorno al 1228, poco dopo la morte del santo, ma non esiste alcuna firma né documentazione coeva che indichi l’artista. Alcuni studi suggeriscono che si tratti di un pittore locale, probabilmente legato alla comunità monastica benedettina, con conoscenza diretta delle descrizioni del santo o di testimoni vicini alla sua vita, ma qualsiasi attribuzione resta ipotetica.Questo luogo è storicamente legato a San Benedetto da Norcia, che vi visse come eremita tra il V e il VI secolo prima di fondare l’esperienza monastica che influenzò tutta l’Europa medievale. Secondo la tradizione, Francesco vi si recò nel 1223 per venerare Benedetto e onorare la sua memoria, un viaggio che testimonia la continuità spirituale tra i due santi e la conterraneità ideale di esperienze ascetiche tra Umbria e Lazio. Si consideri che la conterraneità è anche relativa all’infanzia dei due, l’uno ad Assisi e l’altro a pochi chilometri, ovvero a Norcia, pur essendo divisi da oltre 6 secoli di storia.
L’affresco, datato dagli studiosi intorno al 1228, raffigura Francesco come un frate comune, senza aureola né stimmate. Nonostante la vicinanza cronologica alla vita del santo, non esistono prove certe che sia stato eseguito “dal vivo”, perciò gli storici parlano di un ritratto basato su memoria diretta o racconti ravvicinati: un’ipotesi suggestiva, ma da trattare con prudenza. L’immagine mostra il santo in tunica semplice, cintura di corda e cappuccio, restituendo in forma sobria tratti coerenti con la descrizione di Celano.
Opere successive, come la Tavola di Pescia di Bonaventura Berlinghieri (1235), introducono elementi tipici dell’iconografia francescana — stimmate, libro della Regola, cordone a tre nodi — ma con forte stilizzazione, corpo allungato e sospeso nello spazio. L’obiettivo non è più la somiglianza fisica, ma la trasmissione di valori spirituali. Con Cimabue e Giotto, infine, il ritratto del santo diventa soprattutto narrativa e simbolo, con episodi celebri come la predica agli uccelli o le stimmate sul monte Verna, mentre l’aderenza all’aspetto reale passa in secondo piano.

Oggi il Sacro Speco è ancora un luogo di culto e pellegrinaggio, abitato da monaci benedettini e visitato da studiosi e turisti. Rappresenta non solo un sito storico e artistico, ma anche un legame tangibile tra la figura di Francesco e la tradizione benedettina, testimoniando la continuità spirituale e culturale che attraversa secoli di storia religiosa italiana.
Dopo l’affresco di Subiaco, la figura di San Francesco evolve nell’arte. Tra il 1280 e il 1290 circa, Cimabue, nella Basilica Inferiore di Assisi, ne rappresenta il volto e l’ascetismo, pur senza conoscerlo di persona, concentrandosi sulla spiritualità più che sul realismo. Con Giotto, tra il 1290 e il 1295, il santo diventa protagonista delle sue vicende: la predica agli uccelli e le stimmate sul Monte Verna emergono come simboli iconici. L’artista introduce tridimensionalità, realismo dei gesti e delle espressioni, segnando una svolta nella rappresentazione pittorica francescana. Nel XIV secolo, l’episodio del lupo di Gubbio, narrato nei Fioretti, diventa uno dei motivi più diffusi, soprattutto in Umbria, trasformando un evento leggendario in simbolo di armonia con la natura e di riconciliazione. Dal trecento al seicento, l’iconografia consolida attributi riconoscibili: stimmate, cordone a tre nodi, libro della Regola, cappuccio. La fisionomia reale perde centralità, mentre il santo assume un ruolo educativo e simbolico, incarnando povertà, umiltà e devozione per i fedeli.
