di Maurizio Troccoli

Nasce nell’estrema periferia perugina, per non dire in piena campagna, una discussione che ha riflessi, ben più vasti di questo perimetro. E che sostanzialmente si interroga su dove sta andando la scuola. Sul ruolo dei genitori, chissà quanto inopportuno per eccesso di premura o per pura utilità. Chi osserva quotidianamente i bambini si spinge a dire ai genitori: i vostri figli non sono preparati. E voi abbiate l’umiltà di ri-considerare il vostro ruolo e il vostro contributo. Non usa queste parole don Lorenzo Perri che ha molta più attenzione nel maneggiarle. Ma il suo messaggio non è lontano da questo. E interroga. Nell’epoca in cui i genitori entrano nella scuola con molti più strumenti finendo persino per essere ingombranti se non di ostacolo allo sviluppo dell’autonomia dei bambini.

I tempi rappresentano genitori nei registri digitali, nella messaggistica per le mense e persino epr la carta igienica al bagno della scuola, nelle chat per i compiti, in gruppi di genitori ristretti o più larghi, oltre che nei consueti luoghi fisici dei consigli di classe, delle riunioni coi genitori, degli incontri coi dirigenti e nelle liti tra bambini. Chiedono dettagli, sperano spesso di possederli tutti, si affiancano ai figli assumendo l’atteggiamento comprensivo, fino a sostituirsi in dimensioni che dovrebbero essere quelle dell’autonomia del bambino, della sua crescita. Uno strabordante protagonismo che rischia di fare perdere di vista il fine ultimo: sapere leggere, scrivere e far di conti, a casa come a scuola. E da soli. Nella parrocchia di Pianello Pilonico, l’intervento del parroco ha acceso un dibattito su questi temi. Al centro della discussione non una polemica politica o confessionale, ma una questione molto concreta: la capacità di leggere e scrivere al termine delle elementari.

Il sacerdote della parrocchia di Pianello Pilonico, intervenendo con toni definiti da molti come pacati e rispettosi, ha sostenuto che «molti, troppi bambini» arrivano alla fine della scuola primaria senza padroneggiare in modo adeguato lettura e scrittura. Un’affermazione che, proprio per la sua nettezza, ha generato contestazioni e repliche, spingendo lo stesso parroco a chiarire pubblicamente la propria posizione con un video e con due lunghi testi scritti, diffusi online.

Nel primo messaggio, rivolto direttamente alle famiglie, il sacerdote invita a essere esigenti indipendentemente dalle scelte organizzative e familiari: «Carissimi mamma e papà, qualsiasi sia la vostra libera scelta dell’indirizzo e istruzione del vostro tappetto, con particolare attenzione alle vostre necessità personali e familiari di tempo pieno, che sono prioritarie su tutto, siate esigenti che al termine del percorso scolastico delle elementari, il bimbo sappia leggere e scrivere fluentemente». Una richiesta motivata anche dall’esperienza concreta: «Notiamo molte difficoltà a catechismo e al grest in questi sei anni».

Il parroco precisa di non parlare soltanto da responsabile della comunità parrocchiale: «Non parlo solo da parroco, ma da figlio di due insegnanti di liceo che non hanno mai dovuto pagare per le ripetizioni», rivendicando l’idea che «il sistema scolastico pubblico sia sufficiente a sé e non abbia bisogno di onerose spese personali ed aggiuntive». È questo, sottolinea, «il punto focale della questione», che dovrebbe orientare le scelte delle famiglie.

Da qui la critica alla crescente normalizzazione delle lezioni private e dell’assistenza a pagamento già nei primi cicli di istruzione, considerate il segno di una scuola che non riesce più a garantire autonomamente le competenze di base e che trasferisce su genitori e famiglie costi e responsabilità improprie.

Nel secondo testo, significativamente intitolato «So di non sapere», il parroco propone «un semplice ma efficace test» per verificare la capacità di lettura: «Dategli in mano il bugiardino di qualsiasi farmaco e chiedetegli così di leggere parole che non ha mai visto o sentito prima». Un test che, spiega, serve a misurare l’automatismo della lettura: «Senza la familiarità del testo, si vedrà davvero quanto l’esercizio meccanico di cinque anni di sillabazione, lettura ad alta voce, dettato, abbiano allenato occhi e mente a leggere fluentemente qualsiasi parola sconosciuta».

Il sacerdote insiste sul metodo di apprendimento: «Imparare qualsiasi lingua è come studiare la musica», dove «solo l’esercizio meccanico, noioso e ripetuto per anni, può permetterti di saper leggere e scrivere». E aggiunge: «Non è possibile dopo cinque anni di scuola avere problemi gravi per ogni parola che si incontra nel testo». A suo avviso non si tratta di analfabetismo digitale o di ritorno, ma di «una formazione carente, che si registra in città come in campagna e poi si riflette sul tessuto sociale».

Nel ragionamento entra anche un confronto generazionale: «Quando una persona che ha solo la terza elementare fatta mezzo secolo fa, sa leggere e scrivere più di un liceale al quinto anno, che ha alle spalle tredici anni di scuola, il problema è uno ed uno solo: il metodo di insegnamento». Un metodo che, secondo il parroco, «ha normalizzato il fatto che un bambino dopo cinque ore di scuola, sin dalle elementari abbia bisogno dell’aiuto per fare i compiti a casa», fino al punto che «un bambino non apprenda nemmeno la consegna dell’esercizio assegnato».

Da qui la critica diretta al ruolo dei genitori, sempre più chiamati a svolgere una funzione di guida continua nello svolgimento dei compiti: «Quando mai negli anni settanta o ottanta un genitore si sedeva accanto al figlio a fare il compitino». In questo contesto richiama esplicitamente il pensiero di Paolo Crepet: «Come dice Paolo Crepet, “tenete i genitori fuori dalla scuola”», indicando come obiettivo una maggiore autonomia e responsabilizzazione dei bambini.

Lo sguardo del sacerdote si estende infine fino all’università, dove, osserva, «ci sono studenti che si portano dietro problemi grammaticali come l’incapacità di inserire l’h al posto giusto». Difficoltà che rischiano di avere conseguenze nella vita adulta, quando «un giorno quel bimbo dovrà leggere un contratto, una bolletta, un referto». Per questo, conclude, prima di ogni altra competenza «insegniamogli a leggere e scrivere come una volta».

Le sue posizioni hanno generato reazioni diverse. Accanto a commenti di sostegno esplicito, alcuni docenti hanno richiamato la complessità della scuola di oggi, tra aumento dei contenuti, prove Invalsi e crescita dei bisogni educativi speciali. A queste osservazioni il parroco risponde ribadendo il punto centrale: «C’è stata una resa incondizionata però dei requisiti minimi delle capacità», sostenendo che «ora nemmeno leggere e scrivere viene garantito» e invitando al confronto, ma senza «nascondere il problema con logiche di marketing».

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.