di Francesca Torricelli
«C’è tanta cenere, basterebbe solo spazzarla via, io so che sotto c’è ancora della brace che arde». Con questa convinzione, Paolo Antonio Manetti, in soli pochi mesi, ha creato una minuscola fabbrica di idee, collocata dentro quella che fu la bottega del fruttivendolo di Acquasparta, chiamandola appunto, Bottegart, che sta per ‘bottega artigianale della creatività e dei diritti umani’.
Il progetto È nata assolutamente per caso l’idea di questo centro d’incontro, racconta Paolo Antonio, un musicista emergente e insegnante precario di musica nelle scuole elementari: «A Natale 2011 sono tornato ad Acquasparta in visita alla mia famiglia e la prima cosa che ho notato è stata la grande disoccupazione giovanile, con ragazzi ventenni che passavano intere giornate al bar». Da lì l’idea di lanciare un grido d’allarme, togliendo dalla strada quei giovani, creandogli un impegno e qualcosa in cui poter credere ancora. Tanto che oggi «Bottegart sostiene uno di quei giovani, finanziando la sua partecipazione ad un corso per tecnico del suono». Ecco spiegato perché il bilancio è sempre in bilico e di dividendi non si parla proprio: «Ma a me sta bene così – racconta Manetti – perché l’unica esigenza che avverto è quella di affermare che di cultura si vive»
Bottegart Manetti, investe così i suoi pochi risparmi e decide di partire, il 21 giungo del 2012, festa europea della musica. Affitta il locale e di bar in bar prende per mano tutti i ragazzi raccontando loro il suo sogno. «Con grande sostegno da parte della gente del paese – racconta entusiasta – e con la ‘benedizione’ dell’assessore allo sport e al turismo, prende vita così un piccolo centro di sviluppo creativo per la nuova occupazione, con innovative proposte didattiche settimanali». In poco tempo, anche grazie al passaparola via web, artisti emergenti di tutta Italia propongono a Bottegart di poter collaborare, creando veri e propri spettacoli per tutte le età. Tutto «completamente gratuito», sottolinea Paolo Antonio. Ma c’è una caratteristica decisiva: «Chi ha il piacere di seguire i nostri modesti spettacoli, sa che non c’è nessuna cassa dove pagare il biglietto, ma un cappello a cilindro, che è poi diventando il nostro simbolo e nel quale, a fine spettacolo, si può lasciare una piccola offerta».
Il sogno continua Alla fine di agosto l’investimento iniziale è completamente esaurito, le modeste offerte del pubblico non bastano e Paolo Antonio vede il suo sogno sempre più prossimo allo svanire. Ma non vuole mollare. La gente del paese lo prega di continuare con i suoi progetti che ormai sono un punto di riferimento anche delle zone vicine. Decide così di puntare sul grande potere dei social network: lancia il messaggio ‘diventa amico di bottegart’ su Facebook e in soli dieci giorni, raccoglie donazioni per quasi seimila euro. «È fatta, dissi quasi urlando – racconta Manetti – posso, possiamo ancora crederci». Da lì non li ferma più nessuno, giorno dopo giorno sempre più gente bussa alla porta della bottega, chi per proporre un suo talento da trasmettere agli altri, chi per noia, chi per disperazione, diventando una grande compagnia che crede ancora nell’arte.
