Laurie Anderson all’Arena (©Fabrizio Troccoli)

Martedì sera l’Arena Santa Giuliana ha accolto Laurie Anderson per Umbria Jazz. E lo spettacolo si è fatto racconto ad alta voce. Republic of Love gira attorno al legame antico e conflittuale tra amore e potere. Lei lo ha costruito come una cena con molti ospiti che non ci sono più: Cornel West, John Cage, Gertrude Stein, voci che entrano ed escono dal suono. Il pubblico ha risposto pieno e attento, un’arena silenziosa nei momenti parlati e pronta ad aprirsi in applausi lunghi quando la musica saliva. Molti erano lì per lei, per una figura che da mezzo secolo abita l’avanguardia senza perdere il pubblico. Anderson ha ringraziato con poche parole, come suo solito, tenendo tutto sul registro dell’intimità, come se stesse parlando a ciascuno.

Accanto a lei la band newyorkese Sexmob, contrabbasso, fiati, fisarmonica, chitarra, un intreccio che a tratti si allarga e a tratti lascia sola la sua voce parlata, quella che da quarant’anni riconosci a occhi chiusi. Dietro i musicisti, sul grande schermo, sono passate immagini che valgono quanto le parole. Un cielo di volti come stelle. Una pioggia di zeri e uno sopra un viso in bianco e nero, il corpo umano ridotto e insieme difeso dai suoi numeri. Un bosco spoglio d’inverno, che ha fatto scendere il silenzio sull’arena.

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Il momento più alto è arrivato quando sullo schermo, in italiano, sono comparsi i versi di una vecchia canzone di Bob Dylan sulla guerra vista con gli occhi di chi non l’ha mai combattuta. «Che cos’hai visto, figlio mio diletto? Che cos’hai visto, figlio mio adorato?», una domanda lontana, tornata addosso in questi mesi di divisioni. Anderson la canta e la commenta insieme, senza alzare la voce, ed è lì che il concerto smette di essere solo musica. Poi è successo qualcosa che ha fermato l’arena. Nel tessuto del suono è entrata la voce campionata di Lou Reed, il marito che non c’è più. Poche parole, un timbro riconoscibile, sospeso sopra gli archi. Anderson ha continuato a suonare accanto a quella presenza, senza spiegarla, e l’arena ha trattenuto il fiato. Lo spettacolo, in fondo, era anche dedicato a lui. È stato il punto in cui la fragilità di cui lei parla tanto ha smesso di essere un pensiero ed è diventata carne.

«Siamo corpi, e come corpi siamo vulnerabili. La vita è fragile», aveva detto arrivando in Umbria. All’Arena quella fragilità è passata tutta attraverso il suo violino elettrico, tenuto al centro del palco, e attraverso una tecnologia che lei vuole trasparente, mai un riparo dietro cui scomparire. «Ci raccontiamo storie per sentirci parte di qualcosa. I buddisti direbbero che non dovremmo averne, che bisogna stare nel presente. Ma a me una bella storia piace davvero». Alla fine, come ci ha abituato nelle ultime uscite, ha lasciato la musica e ha cominciato a muoversi. Gesti lenti di tai chi, le braccia che disegnano l’aria mentre il suono si spegneva piano. Nessuna parola. Solo il corpo che saluta, e chiede a chi guarda di restare per un momento nel presente. Poi il buio, e l’applauso.

La serata di Perugia chiude un piccolo pellegrinaggio umbro. In pochi mesi Anderson ha suonato tre volte in regione: a gennaio al Teatro Cucinelli di Solomeo, domenica al Festival dei Due Mondi di Spoleto con Spin, il lavoro nato in residenza all’Auditorium della Stella con le violiniste Eyvind Kang e Martha Mooke, e infine all’Arena con Republic of Love e le canzoni di Let X=X. In fondo lo stesso concerto, che ogni volta prende un’altra piega. «Un luogo grande può restare intimo, e uno piccolo può suonare grande» aveva affermato. L’Umbria non è per lei una tappa qualsiasi. «È terra di spiritualità e di ricerca interiore», dice, e nei giorni umbri è salita ad Assisi. «Fa bene al cuore. Non avevo mai visto quegli affreschi dal vivo, di persona sono più belli di come li immaginavo». Qualcosa di quella sobrietà francescana è tornato martedì sull’arena, in un’artista che ha appena ricevuto il Kyoto Prize per le Arti e la Filosofia e continua a definirsi una principiante.

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