di Diletta Paoletti

La luce del primo pomeriggio filtra attraverso i vetri della Galleria Miomao mentre Maria Cristina Maiocchi spiega, appassionata e competente, l’idea dalla quale nasce “Trame incise”, l’ultima mostra ospitata nello spazio espositivo di via Podiani fino al prossimo 30 aprile.

Trame incise Storica dell’arte specializzata nel contemporaneo, Maria Cristina è l’anima della galleria e dal 2007 intercetta la giovane creatività europea, portandola in mostra a Perugia. Due, questa volta, gli artisti proposti: Frédéric Coché, (francese, classe 1975) dipana, in una serie di acquaforti, il racconto dell’Ulisse così come reintrepretato da Adorno e Horkeimer ne La Dialettica dell’Illuminismo, mentre il belga Olivier Deprez (1966) incide sulle tavole di legno la storia di K, personaggio prodotto dalla mente di Kafka e protagonista del romanzo postumo Il Castello. Giovani ma affermati (i due maestri hanno già ottenuto ampio consenso nei musei di tutto il mondo, dalla Francia all’Olanda, agli Stati Uniti), Coché e Deprez si cimentano con grande originalità non solo nell’esecuzione di tecniche incisorie antichissime e impegnative, ma sperimentano anche forme di trasposizione grafica dei meccanismi narrativi di grandi capolavori senza tempo. Dal potentissimo impatto grafico, le opere dimostrano un’imponente forza espressiva. Oltre a questo “assaggio” su Umbria24.it, per chi fosse interessato la mostra è visitabile da martedì a sabato (15 – 19) e due sono gli eventi speciali in programma: venerdì 29 aprile, Coché e Deprez parteciperanno all’incontro “Letteratura e arte grafica” presso l’Università per Stranieri di Perugia (ore 11), mentre sabato 30 i due artisti saranno presenti, a partire dalle 17.00, alla Galleria Miomao per il finissage della mostra.

Maria Cristina Maiocchi come è nata l’esperienza di “Trame incise”?

Innanzitutto dall’interesse della Galleria per la valorizzazione dei disegnatori contemporanei. A nostro parere, il disegno è uno strumento che l’arte contemporanea sta riabilitando a tutti i livelli. Nelle fiere internazionali vediamo sempre più spesso lavori su carta. E poi dalla passione per il disegno sequenziale, che nasce dall’interesse per i fumetti d’autore: Cochè e Deprez sono – in forme diverse – legati a questa esperienza.

Le opere esposte sembrano avere un registro molto diverso dal linguaggio tradizionale del fumetto…

Sì, infatti i due artisti sono considerati (con il gruppo editoriale franco-belga Fremok di cui sono membri) i fondatori di quella che può essere definita la nouvelle vague del fumetto d’autore contemporaneo: un “fumetto senza fumetto” o, meglio, un fumetto senza balloons.

In che senso?

Nel senso che le loro opere sono portatrici di un modo di raccontare che va al cuore del linguaggio fumettistico, reinventandolo e facendolo esplodere in qualcosa di completamente diverso.

Le tecniche incisorie – in questo caso acquaforte e xilografia – hanno una tradizione secolare e una storia ricchissima ma oggi sono esperienze di nicchia. Perché?

Effettivamente sono pochi i contemporanei che vi si dedicano. Anzitutto servono molti anni di formazione. E poi sono metodi ancora artigianali, la cui tiratura è particolarmente limitata. Cochè, ad esempio, sta sperimentando un nuovo tipo di metallo, che permetta di utilizzare la lastra più volte, per realizzare al massimo cinque o sei esemplari. Serve dedizione totale e ricerca assoluta, e – in termini di sopravvivenza dell’artista – questo non è sempre sostenibile.

La minuziosità artigiana, quindi, si fonde con un linguaggio assolutamente contemporaneo?

Esattamente. Questo è un aspetto che mi ha particolarmente colpito di questi due artisti. Da un lato, c’è la bellezza della tecnica, dall’altro un importante lavoro critico ed intellettuale. A dimostrazione che la contemporaneità di un prodotto artistico non deriva dal procedimento tecnico, ma dalle modalità di impiego dello stesso. Frédéric Coché – ad esempio – raffigurando l’Ulisse riprende uno dei miti più amati in tutto il mondo, ma lo fa con il linguaggio della sua contemporaneità.

Un Ulisse, per così dire, post-moderno.

È inevitabile: quando l’artista raffigura miti dell’antichità, inserisce sempre elementi del suo tempo. Ecco allora che gli dei fumano una sigaretta e imbracciano un mitra mentre attendono di decidere del destino di Troia.

Tanto che, all’interno delle mura violate della città oramai invasa, compare un carrarmato…

Esattamente: nella concezione di guerra di Coché (ma anche in quella dei due filosofi alla cui opera si ispira) l’elemento guerra non può che essere rappresentato dalle moderne “macchine”. Sono tutte componenti alienanti e spesanti che riportano, in uno schema di stratificazioni, alla contemporaneità dell’artista. Benozzo Gozzoli, del resto, vestiva i Magi con gli ermellini del ‘400. E poi non è assente, in tutto ciò, una dimensione, per così dire, di gioco.

Veniamo a Deprez. Le sue xilografie raffigurano uno dei capolavori di Kafka, il Castello. Come?

Il lavoro concettuale in queste tavole è determinante. Deprez si è posto il problema, lavorando sullo scrittore praghese, di trovare un parallelo espressivo al linguaggio kafkiano, semplice ma al tempo stesso enigmatico.

E così ha scelto la xilografia…

Sì, perché con l’incisione lo “scavo della parola” – tipico del registro kafkiano, ellittico – viene a corrispondere con lo scavo della superficie del legno. E poi è un gioco di contrari. Disegnando sulla tavola devi necessariamente immaginare l’opposto non solo del disegno ma anche del colore: il nero sarà il bianco e l’immagine disegnata sulla tavola si tradurrà nel suo negativo.

Le atmosfere kafkiane – cupe, incompiute e misteriose – in che modo vengono tradotte dall’artista?

Deprez si rifà, senza dubbio, al clima dell’espressionismo, tipico dell’epoca dello scrittore. Clima che, tra l’altro, ha riabilitato proprio la tecnica della xilografia, come forma di “primitivismo” e di rapporto diretto con la materia. Senza dimenticare però gli elementi di tradizione, anch’essa presente in Kafka.

Anche in questo caso la rielaborazione concettuale si coniuga perfettamente con la manualità artigiana.

L’aspetto magistrale della resa è fantastico: il legno è materia viva e il contatto – in un certo senso primordiale – che si ha con esso è quello proprio dello scultore. Ogni volta che si inchiostra la tavola, la prova d’autore è diversa dalla precedente e se ne possono fare pochissime. Molto suggestivo è poi l’aspetto della trama: quella resa dal gesto dell’artista si somma alla trama del legno. Il materiale, quindi, vive sulla carta.

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