di Chiara Fabrizi
«Un pannello solare da 10 euro ne fruttava anche 50» e sono tremila le tonnellate sequestrate. È mastodontico il volume d’affari prodotto dalla presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito anche transfrontaliero di rifiuti elettrici e al riciclaggio, su cui continuano a indagare i carabinieri del Nucleo operativo ecologico che, nelle ultime ore, hanno fatto scattare sette arresti, di cui cinque in carcere, compreso l’imprenditore 53enne di Gualdo Tadino, Renzo Gatti, e due sue dipendenti ristrette ai domiciliari, che sono gli umbri raggiunti da misure di custodia cautelare. Gatti è difeso dall’avvocato Alessandro Fratini che telefonicamente si limita a spiegare la «piena collaborazione e disponibilità nei confronti delle autorità per chiarire la posizione del mio assistito».
Etichette contraffatte Coordinati dal pm della Dda di Perugia Valentina Manuali, gli investigatori sono certi di aver smantellato, con «un’indagine unica» e finora inedita, un giro di pannelli solari destinati allo smaltimento, perché tecnologicamente superati, ma in realtà resuscitati con etichette contraffatte ed esportati in Africa. Secondo gli inquirenti la contraffazione dei codici e dei riferimenti tecnici dei fotovoltaici che avrebbero dovuto essere dismessi si consumava in una tipografia di Gualdo Tadino: il titolare è indagato. Proprio le etichette contraffatte hanno complicato le indagini dei militari del Noe costretti a ricostruire il flusso in entrata e in uscita dei rifiuti dagli impianti per trovare riscontri. Così gli investigatori hanno accertato che all’appello mancavano diverse tonnellate di rifiuti, ossia i pannelli solari che venivano resuscitati con etichette contraffatte.
Si indaga in Africa Numerosi container, ognuno dei quali contiene un migliaio di pannelli, sono stati bloccati in diversi porti d’Italia, da cui sarebbero salpati per raggiungere Mauritania, Burkina Faso e altri paesi dell’Africa centrale. Ed è qui che si sposteranno le indagini, come spiegato dal generale Maurizio Ferla (video), comandante dell’Arma per la Tutela ambientale, attivando gli strumenti di cooperazione internazionale con le autorità di quei paesi. Sì, perché se molti carichi sono stati fermati prima che salpassero, c’è la convinzione che molti altri abbiano invece raggiunto le destinazioni segnate nelle bolle di trasporto. Che fine abbiano poi fatto i pannelli fotovoltaici da dismettere, ma in realtà esportati, è ancora tutto da capire. Due le ipotesi: nella migliore sono stati utilizzati tre mesi, ossia il residuo medio di vita stimato dagli inquirenti per i dispositivi superati tecnologicamente e dismessi; nella peggiore abbandonati in discariche poco dopo aver attraccato nei porti africani.
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