di Daniele Bovi
«Tali apporti finanziari contribuirono alla prosecuzione di un servizio essenziale quale quello del trasporto pubblico locale, attraverso il quale trovano attuazione fondamentali diritti (alla libertà di circolazione, alla mobilità, alla salute e via dicendo), tutelati sia dalla carta costituzionale che dall’ordinamento europeo». Arriva a pagina 66 il passaggio chiave della sentenza, depositata in queste ore, con cui la sezione regionale della Corte dei conti chiude il caso Umbria mobilità. La magistratura contabile ha dichiarato, come chiesto dalla difesa mesi fa in udienza, il difetto di giurisdizione ma è anche andata oltre ‘assolvendo’ nella sostanza i 45 tra amministratori e vertici di Regione, UM e Provincia ai quali la Procura aveva chiesto la restituzione di una somma monstre, cioè 44 milioni di euro (corrispondenti ai contributi erogati dopo la crisi di liquidità esplosa nell’estate 2012: in particolare 17 milioni di finanziamenti, l’aumento di capitale da cinque milioni e il prestito da 3,6 milioni erogato dalla Provincia).
La vicenda Il procuratore Antonio Giuseppone negli inviti a dedurre inviati nell’agosto 2017 parlava di «numerosi episodi di mala gestio che avrebbero determinato sprechi di risorse pubbliche con conseguente danno nei confronti dei soci pubblici della società in questione». Quei 44 milioni, scriveva il procuratore, sono stati stanziati «per sopperire alle gravi carenze gestionali, senza alcuna utile prospettiva futura e solo per fornire liquidità aggiuntiva alla società per permetterne la soppravvivenza». A questi soldi Giuseppone aggiungeva 14 milioni e mezzo «a titolo di contributo per la manutenzione dell’infrastruttura ferroviaria che è rimasta nella competenza della società all’indomani della cessione del servizio di tpl a Busitalia Sita Nord spa avvenuta a fine 2013».
Nessun danno Tra i 45 figuravano gli ultimi tre cda di Umbria mobilità, membri dell’Amministrazione regionale (l’intera giunta precedente e quasi tutta quella attuale tranne Barberini perché dimissionario nel momento dell’approvazione di uno degli atti contestati), consiglieri regionali e buona parte del Consiglio provinciale del 2009, oltre a dirigenti e dipendenti pubblici che hanno partecipato all’iter per i finanziamenti all’azienda. Tornando alla sentenza della Corte, un altro passaggio chiave è questo: «La Procura non ha prospettato e dimostrato le condotte, anche omissive, attraverso le quali i soggetti convenuti quali rappresentanti dei soci pubblici abbiano provocato un pregiudizio diretto al valore della partecipazione societaria». Il danno diretto al patrimonio dei soci dunque non c’è, e neppure un «pregiudizio al valore della partecipazione derivante da condotte anche omissive». Sempre secondo la sentenza la Procura «non ha dimostrato l’esistenza di una appropriazione o una distrazione dalla finalità pubblicistica da parte degli organi sociali evocati in giudizio».
Operato non censurabile Fondamentale anche un altro argomento usato dalla Corte, e cioè «l’incensurabilità dell’operato dei convenuti», che non può essere soggetto a verifica «a meno di non pretendere di sostituirsi alle scelte discrezionali dell’amministrazione». I magistrati sottolineano che in ballo c’era «la non interruzione dell’esercizio del pubblico servizio» e che le persone coinvolte «hanno agito pur sempre all’interno di quei canoni di ragionevolezza e di non abnormità che rendono insindacabili le relative scelte». In primis però nella sentenza si spiegano le ragioni che hanno portato a decretare il difetto di giurisdizione: Umbria mobilità – osserva la Corte – non è una società in house e non è una concessionaria di pubblico servizio, mentre la Procura aveva ipotizzato proprio un rapporto di servizio.
Sentenza coraggiosa «Una sentenza coraggiosa – commenta l’avvocato Laura Modena, che ha difeso Delia Adriani e Stefano Mazzoni, membri dell’ultimo cda – che non si limita a dire “non me ne posso occupare”, dichiarando il difetto di giurisdizione, ma nella parte motiva dice chiaro e tondo che i soldi erogati a UM (compreso il famigerato contributo manutenzione) sono stati spesi bene e per i fini pubblici a cui erano destinati. La Corte non solo non ha rinvenuto profili di illiceità nella gestione del pubblico denaro, ma ha anche riconosciuto la bontà della scelta di tenere in piedi UM come proposto dagli organi sociali degli ultimi due cda, essendo in gioco un servizio pubblico essenziale (il trasporto pubblico locale) e posti di lavoro che il management dell’azienda ha salvaguardato in modo del tutto corretto. Anche il contributo di manutenzione è stato utilizzato in modo corrispondente alle sue finalità».
Pd: «Ristabilita chiarezza» «Con il prestito a Umbria Mobilità le istituzioni provinciale e regionale hanno salvato il trasporto pubblico in Umbria, un servizio essenziale e che garantisce la tutela di diritti fondamentali». Così, in una nota, la reggenza del Pd Umbria. «Con la sentenza di oggi – prosegue -, la Corte dei Conti porta finalmente un elemento di chiarezza in una vicenda complessa e se da un lato rende ragione delle scelte e dell’operato degli amministratori pubblici coinvolti, dall’altro lascia un velo di amarezza per gli strascichi dei tanti, troppi, atteggiamenti giustizialisti e forcaioli che in più di un’occasione hanno superato i limiti del buon senso».
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