di Francesca Marruco

C’è una fotografia del volto di Raffaella Presta che «dà conto in modo impressionante della violenza esercitata sul viso tumefatto». Una fotografia che lei stessa si è scattata solo il 17 novembre scorso – pochi giorni prima di essere uccisa – su richiesta del fratello, a cui aveva confidato che il marito Francesco l’aveva picchiata per l’ennesima volta. Quel fratello con cui si sentiva tramite una sim segreta, di cui il marito non conosceva l’esistenza.

La sim segreta Questo perché la povera vittima ormai non era più libera neanche di parlare coi suoi familiari senza che lui la sorvegliasse. «Il marito – scrive il gip Claudiani che lo ha interrogato venerdì in carcere – le controllava il telefono e le impediva di spostarsi liberamente». Per un mese ultimamente la donna non era riuscita a parlare con il fratello.

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VIDEO: ROSI VIENE PORTATO VIA DAI CARABINIERI

Andava via con un altro Rosi era «convinto che Raffaella stesse per andare via di casa probabilmente con un altro uomo». Il marito omicida, assistito dal suo avvocato Luca Maori, ha spiegato in sede di interrogatorio di aver scoperto circa un anno fa che la moglie aveva una relazione clandestina, contestualmente ha negato di aver mai usato unilateralmente violenza verso la donna, ammettendo solo l’episodio del timpano rotto, confermato da almeno tre testimoni.

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Escalation Un’amica della vittima dice che dopo la scoperta del tradimento di Raffaella «lei aveva dimostrato la volontà di lasciarlo. Lui in primo momento la supplicò di non farlo ma poi iniziò a picchiarla». Perché Raffaella non si è sottratta alle violenze? «Perché – aveva confidato all’amica – voleva tutelare il figlio da esclation traumatiche».

Questo mi ammazza Ad una collega, che ha descritto la vittima come «terrorizzata» e «succube» aveva invece chiesto di «non intromettersi e non denunciare» perché, le aveva detto, «altrimenti questo mi ammazza». In questo quadro, per il giudice «sembra scontata l’assenza di un isolato e incontrollato impeto di gelosia o ira e invece ben verosimile la riconduzione del gesto ad una finalità di punizione ed estrema sottomissione della vittima, ritenuta da lui infedele».

L’AMICA: «LE AVEVA ROTTO UN TIMPANO E LA FACEVA SEGUIRE»

Evenienze negative, non colpe E quindi passibile della più atroce delle conseguenze. E’ per questo che il pm contesta a Rosi i motivi abbietti. «In quanto esprime in sé la abnorme pretesa di possesso psicologico ed esistenziale dell’altro e con ciò viola i basilari principi giuridici, consolidati come valori sociali unanimemente riconosciuti, di reciproca parità, dignità, libertà morale nell’ambito di una relazione affettiva e considera le evenienze negative non come un possibile svolgimento della vita, ma come una imperdonabile colpa». Una colpa che Rosi ha voluto farle espiare con la vita. Rovinando per sempre anche quella di quel figlio adorato, tirato in mezzo in un movente che non ha convinto affatto il giudice.

Non convince la versione dell’uxoricida Rosi infatti ha detto al gip Andrea Claudiani di aver preso il fucile e aver sparato alla moglie perché lei gli aveva urlato che il piccolo non era suo figlio, ma questa ricostruzione si scontra con tutte le circostanze legate ai maltrattamenti e con lo stato di Raffaella descritta come «terrorizzata». «Si tratta di un quadro – sentenzia il gip – che rende poco verosimile e altamente improbabile una iniziativa verbale per sfregio e umiliazione, come quella descritta dall’uomo». Uomo che non ha saputo spiegare perché Raffaella – che pure viveva con lui – avesse il volto tumefatto solo pochi giorni prima di essere uccisa.

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