di Fabio Toni
Sei anni e due mesi di reclusione per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. Questa la pesante condanna inflitta dal tribunale di Terni a Tiziano Bordi, il 21 enne ternano alla guida della Fiat Punto che nella notte fra il 29 e il 30 luglio 2010 sbandò in via Alfonsine, prendendo fuoco. A bordo con lui c’erano altri quattro amici, tutti giovanissimi. Tre di loro – Alessio Venturi (18 anni), Marco Pelini (16) e Antony Bernardi (19) – morirono in seguito al tragico rogo sprigionatosi dal serbatoio dell’auto a metano. Il quarto, Leonardo Di Felice, riportò ustioni sul 25 percento del corpo.
Lo schianto L’auto con i cinque ragazzi a bordo, sbandò all’altezza della curva a gomito che segna il passaggio tra via Narni e via Alfonsine. Il mezzo finì contro un albero, prese fuoco e terminò la sua carambola nella carreggiata opposta, contro una Panda guidata da una donna, rimasta miracolosamente illesa. I due ragazzi sui sedili anteriori della Punto – Tiziano Bordi e Leonardo Di Felice – pur feriti, scesero dal mezzo cercando di aiutare i tre compagni rimasti intrappolati tra le fiamme. Per loro, però, non ci fu nulla da fare.
In aula Al termine della requisitoria, il pubblico ministero Elisabetta Massini ha chiesto una condanna a sette anni e sei mesi. Un punto di vista sostanzialmente confermato dai sei anni e due mesi inflitti dal giudice Angelo Matteo Socci che ha anche riconosciuto le attenuanti generiche. In aula, il pm ha sottolineato come l’impatto sia dipeso «dalla condotta di guida del Bordi che andava al doppio della velocità consentita in quel tratto di strada. Nella sentenza – ha concluso il magistrato – si tenga sì conto dell’età e dell’incensuratezza dell’imputato, ma anche di tutto il resto: dell’alta velocità, della presenza di alcol e cannabinoidi riscontrati nelle sue urine. E soprattutto del fatto che tre ragazzi sono morti per una condotta di guida inappropriata».
La difesa Nelle loro arringhe, i difensori di Tiziano Bordi – gli avvocati Lucio Conte ed Elena Galli – hanno replicato sottolineando «la lucidità dell’imputato negli momenti successivi l’incidente, confermata da vari testimoni e dagli stessi medici dell’ospedale». I due legali hanno puntato il dito contro «le irregolarità riscontrate negli esami tossicologici, a cui non ha fatto seguito alcuna controanalisi». In aula, oltre a sostenere la tesi del manto stradale ‘sconnesso’, l’avvocato Conte ha sottolineato con forza «la mancanza di qualsiasi nesso causale fra la condotta di guida e le tragiche conseguenze successive. Le stesse testimonianze dei periti – ha affermato nella sua arringa – sono piene di dubbi. Ma non si può condannare un giovane, peraltro distrutto da quanto accaduto, in un contesto probatorio segnato dall’incertezza». Dopo la condanna, lo stesso legale si è detto «pronto a ricorrere in appello, non prima di aver letto e valutato le motivazioni della sentenza».
