Ne muore un altro. Sì, di quegli operai che lavoravano all’inceneritore di Terni, su cui è stata svolta una indagine della magistratura tesa a verificare la connessione tra le condizioni di lavoro e le malattie mortali che hanno colpito alcuni operai. E’ accaduto il 5 dicembre scorso – come riportato questa mattina, mercoledì 19 gennaio dal Giornale dell’Umbria – ma si è saputo soltanto oggi.

E questo nuovo decesso, quello di Ivano Bordacchini, potrebbe allungare i tempi del deposito delle richieste di rinvio a giudizio da parte dei magistrati che, a questo punto, potrebbero volere approfondire eventuali ulteriori connessioni tra l’ambiente di lavoro e la condizione di salute degli operai. Richieste di rinvio a giudizio che, qualora gli elementi di indagine dovessero dimostrarsi consistenti, riguarderanno gli indagati, tra i quali figurano anche l’ex sindaco di Terni Paolo Raffaelli e numerosi dirigenti della municipalizzata, come l’attuale presidente Stefano Tirinzi e i predecessori Porazzini e Secchi.

Prima di Ivano Bordacchini, che è deceduto a causa di un tumore, è toccato al capoturno dell’inceneritore Asm, Giorgio Moretti, deceduto nel giugno del 2008. Ad indagare sulla vicenda è il pm Elisabetta Massini che ha messo nero su bianco l’accusa di omicidio colposo, in relazione alla morte di Moretti, mentre per altre 10 persone si procede sul filo delle lesioni colpose. A causa del nuovo decesso si potrebbe dunque appesantire l’impianto accusatorio, sulla scia degli ulteriori eventuali approfondimenti, nonostante una perizia eseguita da tre luminari, durante le indagini preliminari non aveva dato per certo il legame tra le mansioni lavorative di Bordacchini e l’insorgere del cancro, pronunciandosi come legame «incerto» e «improbabile». Nel dispositivo di conclusione delle indagini firmato nell’agosto scorso dal pm Massini è scritto: gli operai dell’Asm avrebbero respirato veleni «a causa di omissioni e cautele in violazione delle norme di igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro» commesse da 10 indagati che non avrebbero adottato «le cautele doverose a fronte della presenza di materie cancerogene nell’impianto» non avrebbero fornito «ai lavoratori adeguate informazioni» né fatto «formazione agli stessi»

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