di Francesca Marruco
C’è sicuramente una richiesta di rito alternativo, ma è molto più che probabile che a farne richiesta siano anche l’altro principale indagato nell’ambito del processo scaturito dall’indagine sui sub di Perugia morti lo scorso 10 agosto alle Isole Formiche al largo di Grosseto. La strada dei rito abbreviato per Andrea Montrone, Maurizio Agnaletti e Daniela Lucciola, è sicuramente quella che gli assicura un epilogo giudiziario meno duro di altri. Solo per la scelta del rito alternativo infatti la legge accorda uno sconto di un terzo della pena. E viste le accuse pesantissime che pendono su di loro e la solidità delle stesse, forse la scelta più logica è proprio questa.
Abbreviato I legali dei tre indagati non lo confermano,«sarebbe scorretto dirlo prima alla stampa e poi al giudice», ma insomma, in questi casi, è quasi una scelta obbligata. Resta da capire se la richiesta sarà per un abbreviato secco o condizionato,ed eventualmente a cosa. Intanto, come già nella precedente udienza finita con un nulla di fatto per l’impedimento di Riccardo Lottini, i familiari delle vittime venerdì mattina saranno presenti in aula. Per guardare negli occhi quelle persone che hanno caricato di gas letale le bombole che i loro cari hanno usato per immergersi.
La strage Fabio Giaimo, Enrico Cioli e Gianluca Trevani morirono tragicamente il 10 agosto scorso durante un’immersione. Erano tutti e tre molto esperti, e sin dal primo istante l’incidente risultò troppo strano. Tutto spiegabile con quelle dosi altissime di monossido passate dalle bombole ai polmoni dei tre sub. E la perizia tecnica che la procura di Grosseto aveva disposto su tutta l’attrezzatura del diving, aveva dato esiti terribili.
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La perizia I periti avevano parlato infatti di «situazione di generale approssimazione e precarietà delle attrezzature». «Stato dei filtri disastroso». «Sette bombole prive della verifica periodica prevista dalla legge». «Gestione delle operazioni di ricarica assolutamente incompatibili con la sicurezza e diligenza ordinaria». «Figure professionali dei due soggetti indagati non tali da poter individuare una formazione e una informazione specifica adeguata alla particolare pericolosità e delicatezza delle operazioni di ricarica delle bombole». Non solo, perché poi l’accusa, oltre all’omicidio colposo plurimo aggravato, ha contestato loro anche l’aggravante di «avere agito nonostante la previsione dell’evento».
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Le accuse In particolare, per la procura di Grosseto, Lucciola e Montrone avrebbero ricaricato le bombole con due «vetusti compressori – uno del 1979 e uno del 1997 – collegati con tubi di aspirazione artigianali, dotati di raccordi precari ed inidonei ad evitare contaminazioni, di lunghezza insufficiente ( la Bauer consiglia una lunghezza di almeno 3 metri mentre misuravano 140 cm uno e 80 cm l’altro, ndr) e collocati ad altezza insufficiente ad evitare che lo scarico di fumi indotto dai motori dei compressori, in azione per il caricamento delle bombole, potesse venire aspirato dai tubi, e quindi finire all’interno delle stesse bombole ricaricate». Inoltre, secondo l’accusa, i tubi, già inidonei erano anche «posti ad altezza inferiore alla copertura in vetroresina e alla tenda parasole messe a copertura della parte poppiera dell’imbarcazione, tenuto conto della conformazione dell’imbarcazione stessa, con il cabinato e la copertura come contenimenti per possibili sacche di aria inquinata generate dall’azione combinata dello scarico dei compressori tenuti in funzione in sovraccarico per circa 4 ore consecutive e in condizioni climatiche ( scirocco, umidità, caldo e bassa pressione), ponendo gli scarichi dei compressori sopravento rispetto alla presa d’aria di riempimento delle bombole, determinandosi in tal modo delle sacche d’aria inquinata finite all’interno delle bombole». Al Montrone viene anche contestato che mentre le bombole incameravano monossido, lui era ad una festa. Gli indagati hanno sempre detto di aver agito come per tutte le altre volte, con la stessa prudenza, ma la procura ha sempre avuto le idee molto chiare, soprattutto dopo le perizie che hanno lasciato poco all’interpretazione.
La targa Intanto, nei giorni scorsi, gli amici dei sub, tra cui Marco Barbacci, che sarà parte civile visto che anche lui ebbe un malore dopo quell’immersione, hanno deposto una targa nella zona in cui morirono Giaimo, Cioli e Trevani. La targa, con scritto«Un saluto da tutti gli amici sub» è stata lasciata ad una profondità non troppo elevata, in modo che sia visibile anche dalle imbarcazioni.
